sabato 11 febbraio 2017

Ciro FERRARA


«Ciro Ferrara, c’è solo un Ciro Ferrara», cantavano i tifosi della Juventus. Personaggio straordinario, dotato di una notevole simpatia e di un’umanità fuori dal normale. Sicuramente, uno dei più forti difensori italiani di ogni epoca. Nato a Napoli l’11 febbraio 1967, a quattordici anni è costretto momentaneamente in carrozzella dalla sindrome di Osgood-Schlatter, ma si riprende prontamente ed esordisce in Serie A, con la maglia azzurra del Napoli, il 5 maggio 1985, al San Paolo, proprio contro la Juventus. Nella città partenopea, Ferrara gioca durante tutta l’era di Maradona: vince il primo scudetto e la Coppa Italia nella stagione 1986-87, poi due secondi posti consecutivi in Serie A e ancora uno scudetto, nel 1989-90. Nella stagione 1988-89 il Napoli vince anche il suo primo trofeo europeo, la Coppa Uefa, battendo in finale lo Stoccarda grazie anche a un goal di destro al volo di Ferrara, servito da Maradona con uno spettacolare assist, sempre di testa.
«Sicuramente, uno dei ricordi più belli è legato alla finale di ritorno della Coppa Uefa 1988-89. Giocavamo a Stoccarda, in casa di una squadra fortissima e davanti a tanti emigrati. Pareggiammo 3-3 ed io segnai anche un goal; vincemmo la Coppa e regalammo una grande gioia ai nostri connazionali. Ma non posso dimenticare lo scudetto vinto con il Napoli nel 1987, un’emozione forse irripetibile, perché è stato il primo e perché l’ho conquistato nella mia città».
Nel 1994 il suo allenatore, Marcello Lippi, lascia Napoli per trasferirsi alla Juventus e Ferrara lo segue; inizia così una nuova vita per Ciro. Il primo anno è subito scudetto, accompagnato da una Coppa Italia. Sarà solo l’antipasto. Nel 1995-96, la Juventus conquista la Coppa dei Campioni, contro l’Ajax; è di Ciro uno dei rigori realizzati dalla squadra bianconera. La stagione successiva, viene affiancato da Paolo Montero; per tanti anni, il napoletano e l’uruguagio comporranno la coppia di difensori più forti del campionato italiano e, probabilmente, non solo. Nuovo scudetto, così come nel campionato successivo, caratterizzato, però, da un grave infortunio, Infatti, in uno sconto con il leccese Conticchio, Ferrara si rompe una gamba; fine della stagione e, soprattutto, addio alla maglia azzurra e alla possibilità di disputare il Mondiale francese.
Ciro, il guerriero, ritorna dall’infortunio più forte che mai; la Juventus non ingrana, Lippi deve dare le dimissioni ma Ferrara è sempre un baluardo fondamentale della difesa bianconera. Arriva Ancelotti, ma la musica non cambia; la Juventus non è più capace di vincere, ma Ciro rimane un giocatore insostituibile. Nell’estate del 2001, ritorna Lippi a guidare la truppa bianconera ed è nuovamente scudetto; Ferrara è uno dei protagonisti indiscussi, c’è chi lo vorrebbe titolare nella Nazionale che sta per affrontare i Mondiali coreani. Trapattoni non è d’accordo, per lui Ferrara è troppo vecchio; tutti sanno come va a finire, la Nazionale gioca male e viene eliminata dai padroni di casa.
Ancora uno scudetto con Lippi, uno con Capello e fanno otto; Ciro eguaglia il record di Giovanni Ferrari e Giuseppe Furino. Nella stagione 2004-05, contro il Parma nel finale di campionato, gioca la sua cinquecentesima partita in Serie A e decide di appendere gli scarpini al chiodo, dopo venti stagioni consecutive. Con la maglia bianconera gioca 358 partite e segna venti goal. A Torino vince sei scudetti, la Champions League 1996, una Supercoppa Europea, una Coppa Intercontinentale, una Coppa Italia e quattro Supercoppe Italiane.
Su espressa richiesta di Lippi, fa parte dello staff della Nazionale italiana, come vice dello stesso Marcello, durante il Mondiale tedesco del 2006; ancora una volta, sarà un nuovo trionfo e la Coppa del Mondo passa anche fra le sue mani. Dopo l’esperienza con la Nazionale, ritorna alla Juventus, come responsabile del settore giovanile. Nel maggio del 2009, si siede sulla panchina della prima squadra, a causa dell’esonero di Ranieri. Guida la Juventus nelle ultime due giornate di campionato, conquistando due vittorie nette e il secondo posto in classifica; grazie a questi risultati, ottiene la conferma anche per l’anno successivo.
Ma la stagione 2009-10, nonostante un buon inizio, si rivela presto disastrosa per il sodalizio bianconero. Eliminata al primo turno nella Champions League, nonostante un girone per niente impossibile (Bayern, Bordeaux e Maccabi Haifa le avversarie), la Juventus è presto staccata dalla capolista Inter, nonostante la vittoria nello scontro diretto. A cavallo fra la fine e l’inizio dell’anno, a causa di un’interminabile serie di sconfitte (fra la quali Catania, Milan e Roma fra le mura amiche), la Juventus precipita al sesto posto della classifica, a ben sedici punti dall’Inter. Il 28 gennaio 2010, la squadra bianconera è eliminata in Coppa Italia dalla stessa compagine neroazzurra e la società decide di esonerare Ciro, sostituendolo con Alberto Zaccheroni.


GIULIO SALA, “HURRÀ JUVENTUS” GIUGNO 2005
Il 5 maggio 2005 Ciro Ferrara ha compiuto vent’anni; ventiquattro giorni dopo, il 29 maggio, ha vissuto la sua ultima domenica da calciatore. Nulla di strano comunque, il nostro è tutto fuorché un baby pensionato: le candeline spente un mese fa, non erano quelle di un compleanno, ma di un anniversario, quello della sua ventesima stagione in Serie A. Considerato il fatto che Ciro di anni ne ha trentotto, significa che ha trascorso più della metà della sua vita sui campi di calcio, a inseguire vittorie e avversari, raggiungendo il più delle volte entrambi e divenendo, partita dopo partita, prima un uomo, poi un campione, poi ancora un monumento.
Un personaggio speciale, quello lo è sempre stato: quando lo scorso 15 maggio, al 43° minuto di Juventus-Parma, è entrato in campo, divenendo il decimo giocatore di sempre a raggiungere le 500 presenze in Serie A, il Delle Alpi gli ha riservato un’ovazione commossa, rispondendo all’invito di capitan Del Piero, che da bordo campo, dirigeva i cori, incitando lo stadio a gridare più forte. Una dimostrazione di simpatia e affetto da parte di tifosi e compagni, che non era solo il giusto tributo per il record, ma un doveroso omaggio all’ultimo atto di una carriera straordinaria, resa unica da statistiche impressionanti e da personaggi da leggenda.
Una storia che inizia il 5 maggio 1985: al San Paolo giocano Napoli e Juventus, quasi uno schiaffo per chi non crede nel destino. In campo ci sono Maradona e Platini e quattro Campioni del Mondo di Spagna 1982. È un incontro di cartello, ma si gioca ugualmente la domenica pomeriggio: non esistono ancora Pay TV o Pay per View. Per seguire le partite in diretta, o vai allo stadio o ascolti Ameri e Ciotti alla radio e, per vedere i goal, aspetti “90° minuto” come una benedizione.
È un mondo diverso: non ci sono cellulari, internet è ancora un mistero per tutti, Berlusconi non è neanche ancora Presidente del Milan. Ciro è un ragazzino di diciotto anni e si sta scaldando a bordo campo. Quando Rino Marchesi, l’allenatore del Napoli, lo chiama per farlo entrare, non sa che, in quel momento, sta mettendo la sua firma su uno dei capitoli più importanti della storia del calcio italiano. «E chi se lo aspettava di giocare? Era una domenica di fine stagione. Marchesi mi aveva portato già diverse volte in panchina e diverse volte mi aveva fatto scaldare, ma non ero mai entrato. Io andavo sempre a scaldarmi vicino alla bandierina; un giorno l’allenatore degli Allievi, mister Delella, mi disse: “Guarda che se non stai vicino alla panchina, il mister si dimentica che ti stai scaldando” e allora misi a frutto il suo consiglio. In realtà quella domenica si fece male Ferrario e così presi il suo posto dopo una ventina di minuti. Mi trovai di fronte Boniek e naturalmente cercai di fare del mio meglio. Terminò 0-0 ed io ero convinto di aver giocato bene e che fosse stata una grande gara. In realtà poi l’ho rivista e fu una partita scandalosa, bruttissima camminavano tutti in mezzo al campo».
Quanto avevi sognato quel momento, quando eri piccolo? «Mah, a dire la verità, da piccolo proprio non ci pensavo. Come tutti i bambini ero appassionato di sport e di calcio in particolare ma fino a tredici anni non ho mai fatto parte di una squadra. Facevo tante attività, nuoto, mini basket, ma a calcio giocavo giusto con gli amici nel cortile di casa. Poi, a tredici anni, appunto, ho fatto il mio primo provino, nel Salvator Rosa, una squadra del Vomero. Il campo però era piuttosto lontano e andare fino là portava via troppo tempo allo studio, così dopo appena una settimana di allenamento non andai più. Per fortuna l’allora presidente Varriale chiamò a casa e parlò con i miei genitori ed io promisi loro che avrei continuato a studiare. Devo dire che, in quel periodo, i sacrifici maggiori li fecero proprio i miei, mia madre in particolare, che mi veniva a prendere a scuola per portarmi all’allenamento. Io da parte mia ho mantenuto la promessa e ho terminato gli studi».
A scuola te la cavavi bene? «Tutto sommato sì, anche quando ho iniziato a giocare non ci sono stati grossi problemi, almeno nei primi tempi. Poi, verso i sedici, diciassette anni, quando ero già al Napoli, gli impegni diventavano per così dire più importanti, visto che iniziavo a entrare nel giro della prima squadra, e naturalmente avevo meno tempo. Diciamo che comunque sono stato un allievo scaltro, mi facevo interrogare solo quando ero preparato».
Visto che non sognavi di fare il calciatore, che tipo di carriera avevi in mente? «Ero convinto di dover continuare l’attività di mio padre. Lui è un tecnico ortopedico e aveva il suo studio dove ogni tanto andavo per iniziare a conoscere il mestiere. Pensavo che quello sarebbe stato il mio lavoro, poi è capitato talmente tutto in fretta che non mi sono neanche reso conto di avere per le mani una grossa opportunità».
Quando hai capito che ce l’avresti fatta? «Il giorno che sono andato in ritiro con la prima squadra. Fu un premio che la società riservò a me e ad altri tre ragazzi, per aver vinto il campionato Allievi. L’allenatore, Marchesi, durante le amichevoli mi metteva in campo, mi buttava nella mischia e allora cominciavo a dirmi: “Oh, Ciro, guarda che il treno non passa tanto spesso”. Non volevo lasciarmi sfuggire l’occasione anche se non pensavo di poter arrivare a certi livelli».
Come ti sentivi ad allenarti con i campioni? «Era già un sogno essere in squadra con Bruscolotti, con Bagni, con Maradona. Quello era il primo ritiro di Diego con il Napoli. Li guardavo mentre si allenavano e mi chiedevo: “Ma che ci faccio io qui?”. Cercavo di rubargli qualche segreto, di capire da loro come ci si doveva comportare, avevo profondo rispetto per i compagni più grandi. Ora mi pare che le cose siano un po’ cambiate: sarà che ci sono più possibilità di allenarsi con la prima squadra, sarà che è più facile finire sui giornali ma credo che oggi i ragazzi perdano un po’ di umiltà. Il primo giorno di ritiro, io ero in imbarazzo: non sapevo se dare del lei o del tu; poi sono stati gli stessi compagni a mettermi a mio agio, però di borse ne ho portate tante. Oggi è un po’ più difficile che accada».
Poi sei diventato un punto fermo di quel Napoli, non solo tu, partenopeo doc, ne sei diventato un simbolo. «Per me era un grande onore rappresentare non solo la squadra, ma anche la città. Oltretutto la società, spinta dal fatto di non aver mai vinto nulla di importante, era sempre alla ricerca di giocatori già affermati e difficilmente puntava su un ragazzo delle giovanili. Invece credo proprio che il primo scudetto sia stato vinto grazie ad un’ossatura fatta di giocatori campani, oltre che, naturalmente, grazie ai fenomeni che avevamo in squadra».
Quello scudetto resta indimenticabile: tutta Napoli festeggiò per settimane. «La cosa bella quando si ottiene un risultato è festeggiare! E noi festeggiammo per tanto tempo! Ho vinto ancora diversi scudetti, ma quello per me resta il ricordo più importante, proprio per come fu vissuta quella vittoria, per la gioia, la felicità con cui fu accolto quel successo. I giornali lo descrissero come il riscatto di Napoli. In effetti, andare sui campi di Juve, Milan, Inter e dettare legge era una bella soddisfazione, per tutta la città».
Mentre il Ferrara calciatore vinceva e faceva carriera, l’uomo metteva su famiglia. È a Napoli che hai conosciuto tua moglie. «Naturalmente. Ci conoscevamo da quando avevamo quindici anni e ci siamo sposati molto giovani. Lei, come tutta la sua famiglia, è sempre stata un punto di riferimento e pur standomi vicino nei momenti difficili, ha sempre avuto l’intelligenza di non entrare mai nel mio lavoro».
Neanche quando è arrivato il momento di lasciare Napoli e di venire alla Juve? «Mah, si sapeva che il Napoli era in un momento di difficoltà e aveva necessità di vendere. C’era la possibilità di andare anche in altre squadre, alla Roma o al Parma, in città più vicine. Ne ho parlato con i miei familiari, ma ho preso io la decisione di venire alla Juve e loro successivamente l’hanno condivisa. Per me era importante avere la possibilità di rimanere a certi livelli e nonostante fossero nove anni che la Juventus non vinceva lo scudetto, scelsi Torino e credo proprio di non aver sbagliato».
Napoli e Torino, due città molto diverse tra loro. Com’è stato il primo impatto? «Beh, Torino comunque è una città abbastanza meridionale, quindi non mi sentivo così lontano da casa! A parte gli scherzi, il primo impatto non è stato semplice, anche se conoscevo bene l’allenatore, Lippi, e molti compagni. Mi ricordo che giravo con mia moglie per il centro e ci chiedevamo: “E che ci facciamo qui?” Quando sono venuto alla Juve, avevo ventisette anni e per ventisette anni avevo sempre vissuto a Napoli, ero il capitano della squadra, guadagnavo bene. Ritrovarmi in un’altra città era una sensazione strana. Devo dire che aver vinto lo scudetto e la Coppa Italia il primo anno mi ha aiutato molto. Di successi poi ne sono arrivati tanti e quando si vince è tutto più facile. Certo le differenze tra le due città ci sono, eccome: sul piano sportivo: Napoli vive di calcio, Torino invece è più fredda, anche nel modo di vivere le vittorie. Qui si è obbligati a ottenere dei risultati, ma quando arrivano bisogna comunque esserne felici. Questo è proprio un rimprovero che sento di dover fare alla città: quando si vince, anche se si è abituati, bisogna festeggiare come merita».
Ti aspettavi di riuscire a vincere già al primo anno di Juventus? «No, proprio perché la Juventus non vinceva da tempo. E invece, nonostante si stessero ponendo le basi di un progetto completamente nuovo, riuscimmo subito a compattarci in quello che divenne poi, il gruppo storico».
Al primo anno, scudetto e Coppa Italia, poi, l’anno dopo, la Champions League. È stato quello il successo più gratificante nei tuoi anni alla Juve? «Riuscire a vincere la Coppa Campioni è importantissimo per la carriera di qualsiasi calciatore, Oltretutto, come dicevo, qui a Torino l’euforia per gli scudetti passa abbastanza in fretta: il sogno dei tifosi bianconeri è sempre la coppa, proprio per questo sono felice di aver fatto parte di quel gruppo».
Un gruppo che sempre stato la forza della Juventus, nonostante, gli arrivi e le partenze di diversi campioni. «Negli anni sono andati via giocatori molto carismatici, dei veri e propri leader, ma ne sono arrivati altri, magari con caratteristiche diverse, ma sempre validi dal punto di vista tecnico. Io penso sia una questione di mentalità: quando arrivi alla Juventus, sai che devi comportarti e lavorare seriamente, perché la società ti mette a disposizione tutto, nei minimi particolari, permettendoti di pensare solo a giocare. Da questa squadra, negli oltre cento anni della sua storia, sono passati giocatori fortissimi, ma la continuità credo che sia sempre arrivata dalla società e dalla famiglia Agnelli. Ognuno di noi smetterà di giocare, ma la Juventus è destinata a vincere sempre».
I tuoi successi in bianconero sono legati a Marcello Lippi. Insieme siete arrivati da Napoli e insieme avete vinto tutto. «Lippi ha dato tantissimo a questa società e a questa squadra, continuando ad aggiornarsi, evolvendosi, cambiando modo di giocare quando era il caso. Con la Juve ha sempre avuto un feeling particolare ed è riuscito fin da subito a creare un gruppo compatto e una mentalità vincente, la stessa che sono certo, riuscirà a dare anche alla Nazionale».
A proposito di Nazionale: tu ti sei tolto grosse soddisfazioni con le squadre di club, ma in azzurro non sono sempre state rose e fiori. «In effetti, sono stato per tanti anni nel giro, ma ho avuto qualche infortunio che non mi ha mai permesso di essere protagonista, nel vero senso della parola. Nel 1998 proprio per un incidente molto grave fui costretto a saltare i Mondiali».
Hai pagato anche l’arrivo di Sacchi sulla panchina azzurra. «Sicuro: per tre anni non fui convocato, ma mi presi una grossa rivincita quando venni richiamato. È stata una delle soddisfazioni più grandi, perché evidentemente lo convinsi che sarei potuto essere utile anche se il suo gioco era diverso da quello del Napoli».
L’esordio in maglia azzurra resta comunque uno dei ricordi più belli. «Come no. Debuttai nel 1987, contro l’Argentina, contro Maradona. Per me fu molto imbarazzante trovarmelo di fronte: anche se lui cercava di mettermi a mio agio, parlandomi, dicendomi di stare tranquillo, affrontavo comunque Maradona, i Campioni del Mondo. Però li battemmo, poi Diego si arrabbiò per un po’ di tempo, ma meglio lui che io, no?»
A proposito di Diego, che ora sta affrontando l’ennesima battaglia: ti capita mai di pensare, con il senno di poi, che forse tu e i tuoi compagni, in quegli anni, avreste potuto fare qualcosa di più per aiutarlo? «Guarda, bisogna prima chiarire che Diego, anche se può sembrare il contrario, ha un carattere molto forte, ha la testa bella dura. Per quanto mi riguarda, io l’ho conosciuto che avevo diciassette anni e a quel punto diventa difficile andare al cospetto di Maradona e parlargli in un certo modo, anche anni dopo. Credo che tutti noi abbiamo cercato di aiutarlo anche solo andando a chiamarlo a casa per farlo venire al campo ad allenarsi, a fare ciò che amava di più. Ora sta cercando di rimettersi in forma: non è facile, ma se ci si mette d’impegno sono sicuro che ce la potrà fare e mi riempirebbe davvero il cuore di gioia».
C’è ancora una cosa che Diego potrebbe fare per renderti felice: venire al San Paolo il 9 giugno, per la tua partita di addio. Passeresti alla storia come l’uomo che ha riportato Maradona a Napoli. «Se riuscisse a venire sarei l’uomo più felice de mondo e credo che come me lo sarebbe ogni napoletano. Comunque sarà una bella festa, che ho voluto fortemente. Ho sempre detto che non mi sarebbe sembrato corretto finire la carriera nel Napoli, tornando a trentotto anni con tanti successi alle spalle, ma con poco da dare alla squadra, però avevo ancora un obiettivo, che non ho mai detto a nessuno: indossare ancora una volta la maglia del Napoli. Lo farò nella mia ultima partita».
Quando hai deciso di smettere? «Questa stagione. È giusto che la Juventus ringiovanisca la rosa ed è giusto che io termini qui la mia carriera. Avrei avuto l’occasione, anche per il prossimo anno di andar giocare altrove, ma io ho ricevuto tanto dalla Juventus, soprattutto quando ho subito l’infortunio, sette anni fa. In quel momento avrei anche potuto andare via, ma la società invece ha creduto in me e mi ha permesso di giocare fino a trentotto anni. Sono sicuro che mi mancherà il campo. Ci sono stato per vent’anni. Il calcio è ciò che mi diverte di più, ma è arrivato il momento di smettere. Ho preso questa decisione molto serenamente e so che non me ne pentirò».
Hai mai pensato che tra cento anni, quando qualcuno prenderà in mano l’almanacco del calcio, il tuo nome ci sarà ancora e anche in bella evidenza? Ti rendi conto di essere un monumento vivente alla storia del calcio? Ciro, orgoglioso e divertito, si ferma un attimo a pensare. «Forse significa che qualcosa di buono l’ho fatto, forse perché ho giocato in due sole squadre, entrambe vincenti. Le vittorie sul campo però vanno divise con il resto della squadra, con l’allenatore, con la società. Io spero di aver lasciato un ricordo positivo anche come uomo. Comunque chi tra cento anni prenderà in mano l’almanacco, su Ferrara dovrà fermarsi a leggere per almeno cinque minuti».

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