lunedì 13 febbraio 2017

William BRADY

Estate 1980, le frontiere sono nuovamente aperte e, dopo anni di ostracismo, si possono acquistare giocatori stranieri. La scelta della Juventus cade su Liam Brady, maturata dopo varie opzioni, compreso Maradona che Boniperti e Giuliano inseguono vanamente con una puntata segreta in Argentina. Ai primi di luglio parte una telefonata all’avvocato Freeman, legale londinese che cura gli interessi dei più importanti calciatori d’oltre Manica, compreso Brady. La risposta è affermativa, non altrettanto agile la trattativa che si conclude comunque, col trasferimento di Liam alla Juventus. Brady ha ventiquattro anni, essendo nato a Dublino nel febbraio 1956. Trasferito quindicenne all’Arsenal, con altri cinque coetanei. Compie tutta la trafila nel glorioso club londinese, dove esordisce in prima squadra all’età di diciassette anni, giocando per sette stagioni, condite dalla conquista di una favolosa Coppa d’Inghilterra nel 1979.
Nella primavera 1980 l’Arsenal di Brady affronta ed elimina la Juventus nelle semifinali di Coppa delle Coppe: 1-1 a Londra, 1-0 per gli inglesi a Torino, goal di Vaessen a tre minuti dalla fine. È una stagione d’oro per Liam. I giocatori professionisti inglesi, lo eleggono Calciatore dell’anno. Il presidente dei “Gunners”, Hillwood, fa il diavolo a quattro per aumentargli lo stipendio e prolungargli il contratto: «Mi dispiaceva per lui, ma io avevo già deciso – racconta Brady – a giugno del 1980 avrai lasciato l’Arsenal e sarei venuto in Italia».
Brady è un regista giovane, ma calcisticamente maturo; arriva in Italia con etichetta irlandese, ma rivela ben presto insospettate capacità di adattamento che gli consentono di inserirsi senza problemi nella squadra bianconera. Con il suo arrivo nella Juventus ricompare il regista, giubilato da Trapattoni dopo la partenza di Capello e interpretato in seguito, seppure in modo anomalo, da Benetti e Furino. Così la Juventus torna a una manovra ordinata, basata sulla ricerca di impostazioni logiche e razionali, anche se il ritmo non eccezionale dell’irlandese riduce in parte le accelerazioni. «Con quel sinistro potrebbe scappare di prigione», aveva scritto un reporter londinese, non privo di humour.
Investito nei primi giorni da una curiosità che sfiora aspetti morbosi, Liam si rifugia ben presto in un rapporto formalmente ineccepibile, ma che poco concede all’interlocutore. Soluzione necessaria e appropriata. Ma ancora oggi, a distanza di anni, Brady è ricordato nell’ambiente torinese con ammirazione e simpatia. Anche per la sua vita privata Liam lascia nel ricordo tracce indelebili. Lo prova il fatto che, in perfetto accordo con la moglie Sarah, decide di far nascere a Torino la figlioletta Ella, che viene alla luce a metà gennaio 1983, quando l’irlandese già si trova a Genova, in quanto trasferito nell’estate precedente alla Sampdoria.
Il collega preferito del biennio juventino è Tardelli, ma anche con Rossi e Cabrini i rapporti sono ottimi. «Fu una fortuna, per lui, che fosse sistemato in camera, fin dal ritiro di Villar Perosa, col sacrestano delle rincorse, Furia Furino – racconta Caminiti – perché gli vennero insegnati gli stimoli alla lotta, perché riuscì a scaldarsi al fuoco dell’emulazione e cominciò a giocare alla grande, disimpegnando il suo piede mancino da vicino e da lontano, con sicura maestria. Certo, poco appariscente e, a voler essere obiettivi, spesso pigro nel corso della stessa partita: come Furia andava a soffiargli nelle orecchie con la sua voce grattata, Brady riprendeva la sua corserella, svelando doti di centrocampista di impulso ed anche di agonismo sicuramente superiori alla media».
Le due stagioni di Brady alla Juventus sono coronate dalla conquista di altrettanti scudetti. Trapattoni dirà che sono gli scudetti che sente di più come suoi, maturati nel rinnovamento di una squadra che comincia a perdere qualche grosso nome del passato (Morini, Benetti e Boninsegna) per dare spazio a giovani che si chiamano Cabrini, Farina, Prandelli, Marocchino e Galderisi, oltre al recupero di Virdis e alla progressiva affermazione di Brio. In quella squadra il sinistro di Brady, proietta di volta in volta i compagni verso il goal, lo stesso irlandese si segnala anche nei panni di goleador: otto reti il primo anno, cinque il secondo. Stupenda la prima stagione, anche se ci mette un po’ di tempo a prendere le misure; viene fuori il pomeriggio del 23 novembre 1980, mentre un terremoto squassava l’Italia del Sud. La Juventus gioca contro l’Inter campione in carica, con una formazione decimata dalle squalifiche volute da Agnolin, dopo un derby scandaloso; Liam segna un goal e un altro lo fa fare a Scirea. La squadra bianconera vince 2-1 e comincia, seriamente, a inseguire la Roma.
La seconda stagione è meno appariscente ma è suggellata, comunque, da un significativo finale. Il 30 aprile 1982, un venerdì, alla vigilia delle ultime tre giornate di campionato, Liam viene informato, all’improvviso, che non sarà riconfermato. Deve cedere il posto a Michel Platini, acquistato il giorno stesso; l’evento matura nello spazio di ore, dalle dodici (ora in cui firma Platini) alle venti (ora in cui Brady esce sconvolto dall’ufficio di Boniperti). Verso le quindici, negli spogliatoi dello stadio, prima dell’allenamento pomeridiano, tocca a Trapattoni il ruolo di primo e incolpevole messaggero. Brady non può restare alla Juventus, che qualche settimana prima ha acquistato Boniek come secondo straniero e sarà ceduto a condizioni, non meno vantaggiose, a una società di suo gradimento; così, Brady firma per la Sampdoria.
Ma di Brady non si può non ricordare l’ultima partita in maglia bianconera, il 16 maggio 1982, a Catanzaro, giorno in cui la Juventus conquista lo scudetto approfittando del concomitante pareggio della Fiorentina a Cagliari. Vince 1-0 la Juventus, con un rigore trasformato dallo stesso irlandese per fallo di mano sulla linea di Celestini, a seguito di un’ubriacante azione impostata da Fanna con deviazione di Rossi verso il goal. L’episodio accade a metà ripresa, con la Juventus accanitamente protesa verso la vittoria. Liam, rigorista designato, si avvia a battere dal dischetto come se non fosse l’ultima partita e l’ultimo rigore nella Juventus, con un grandissimo esempio di professionalità. Il goal sancisce l’apoteosi bianconera ed è la rivincita morale di Brady: «Avevo due scelte, due possibilità: fare il professionista e calciare bene il rigore, oppure fare il bambino stupido e rifiutarmi di calciare o, peggio, sbagliare volutamente il tiro. Ho scelto di fare il professionista, ho tirato ed ho fatto goal».
«In quella cruciale domenica di Catanzaro – ricorda ancora Caminiti – toccò proprio a Brady battere il penalty decisivo, contro la squadra di casa, nello stadio infuocato di tifo contro. E segnò, con la gelida tristezza del professionista, confermandosi tra le figure più limpide del poco limpido calcio degli anni recenti».


RENATO TAVELLA, DAL SUO LIBRO “IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”
Il tocco dal dischetto di Brady è invece non solo vincente ma pure impegnativo, perché conduce a considerazioni importanti. Sotto la forma del gesto è qualcosa che riconcilia col calcio. La limpidezza della sportività è inarrivabile. Basta da sola a cancellare quanto di brutto il football italiano, ma non solo italiano, è riuscito a seminarsi dietro con una pervicacia degna di causa migliore. Non più lo squallore del calcio scommessa o la livida mestizia del mercato, dove i giocatori sono cose, che tenga. Tutto è di colpo come riabilitato. Senza rendersi conto della grandezza del suo agire, Brady diventa un po’ il segno della volontà, ferma e convinta, che il calcio italiano ha di rimettersi in quadro, di recuperare le posizioni perdute. È, sì, un giocatore straniero a proporre l’esempio, ma paradossalmente è persino meglio sia così. Chi più di un “mercenario” in arrivo da altrove avrebbe potuto assumere un comportamento diverso, mantenendo inalterata la propria dignità? Né pare casuale il fatto si sia registrato in casa Juve, squadra oramai assurta nel cuore di molti e nell’immagine dei media come quella per antonomasia, quella attraverso la quale debbano compiersi le svolte decisive, dalla quale abbiano a intraprendersi le iniziative storiche. Anche per questo, certamente, l’addio dell’irlandese ai compagni è toccante. A molti spiace davvero che se ne vada. Marco Tardelli si fa bandiera di questo sentimento. «In questo campionato Liam fu grandioso. Ricordo quando mi vennero a dire che il presidente aveva fatto firmare Platini e che Brady se ne sarebbe andato. Ne fui sorpreso. Per tutti noi fu un dolore grande, gli eravamo affezionati. E negli spogliatoi, dopo il successo con il Catanzaro che ci diede lo scudetto, beh, insomma, fummo in molti a versare due lacrime insieme a lui». Più riscatto di così. Dunque anche il calcio, l’impietoso Moloch a cui tutto pare doversi sacrificare, mantiene in petto un cuore pulsante; anche i giocatori, per quanto robotizzati da mille pressioni e standardizzati nei comportamenti e nel linguaggio, provano ancora il senso dell’attaccamento e soffrono! Il respiro di sollievo è di quelli forti. Grazie Brady!


ANGELO CAROLI
Brady fu elogiato da tutti, a me piaceva per come amministrava gli schemi e la palla ma, soprattutto, per il metodo con cui si infilava nelle aree avversarie, attraverso slalom soavi. Non si ripeté più in quella chiave, anche se giocò bene altri campionati nella Sampdoria e nell’Inter. Alla seconda stagione, come accade a molti campioni, aveva arretrato di una quindicina di metri la zona operativa a scapito della profondità delle iniziative. Era un uomo magnifico, con un carattere dolce, sguardo limpido, andava d’accordo con tutti, era molto serio e suscitava immediate simpatie. Non polemizzò mai con nessuno, nemmeno quando segnò il rigore decisivo a Catanzaro, nel campionato successivo, e annunciò la  partenza.


GIAMPIERO BONIPERTI, DAL SUO LIBRO “UNA VITA A TESTA ALTA”
Preso Platini, avevo un grosso problema. E un dispiacere enorme. Dirlo a Brady. Perché di stranieri ne erano consentiti soltanto due e noi avevamo già Boniek, preso in quegli stessi giorni. Brady, Boniek, Platini: uno era di troppo. Avessimo potuto tenerli tutti e tre, con Brady dietro a quei due, saremmo diventati la più grande squadra del mondo. Ho chiamato l’irlandese, dopo un’ora Liam era a casa mia: «Brady, abbiamo preso Platini. Mi rincresce». Pianse e un po’ di magone venne anche a me. A fine stagione venni contattato da Paolo Mantovani, presidente della Sampdoria, per discutere la cessione del centrocampista irlandese. Il reingaggio di Liam l’ho fissato io. E Mantovani fu d’accordo su tutto.

1 commento:

Antonella ha detto...

Che professionista! Ancora oggi lo ricordo con immenso piacere...lo adoravo.