lunedì 13 marzo 2017

Edgar DAVIDS

Nasce a Paramaribo in Suriname, il 13 marzo 1973. Appena diciottenne debutta nel campionato olandese, indossando la mitica maglia dell’Ajax. Con gli “Aiaci”, dal 1991 al 1996 la sua carriera è una linea di successi personali; Edgar è giocatore potente, selvaggio, sempre pronto a ringhiare contro tutti gli avversari. Van Gaal, il suo maestro olandese, gli regala il nomignolo di Pittbull: il personaggio è astioso, scorbutico e irascibile, ma è un grande campione. Se ne accorge il Milan, che alla vigilia del campionato 1996-97, lo ingaggia, convinto di avere fatto un grosso affare. L’impatto con Milano e con la stampa sportiva non è dei più facili: «Quando arrivò in sede – scrissero – dietro un paio di occhialoni scuri che non si tolse mai, emerse quel ghigno pietrificato e provocatorio che non si sarebbe più tolto e che avrebbe urtato tutti in casa Milan. Ci furono poche domande e, già allora, nessuna risposta».
I cronisti gli voltano le spalle. I giornali si occupano di Davids più per le notti nelle discoteche e le scazzottate per strada che non per le imprese sul campo. Del resto gioca poco, appena quindici presenze nel primo anno con la maglia rossonera.
Le cose si complicano nel febbraio del 1997 quando, in un violento scontro con il portiere Bucci subisce la frattura di tibia e perone. I difetti di Edgar, che sono atroci, emergono in maniera ancora più vistosa. Ma la rabbia è anche la sua forza: in soli sei mesi supera il grave infortunio lavorando duro in palestra, solitario e silenzioso, e si presenta agli allenamenti con una rabbia tale da stupire tutti.
Capello, che cerca di ridare una reputazione alla squadra rossonera che non se la sta passando benissimo, conosce alla perfezione il talento e la grinta dell’olandese, ma è preoccupato della sua pericolosa influenza sullo spogliatoio. Quando i dirigenti gli dicono che la Juventus è interessata all’acquisto del giocatore, non si oppone al trasferimento.
A Torino sono convinti di poterlo recuperare e di cambiargli quel carattere che non si sposa certo con lo stile Juventus. Moggi e Lippi non hanno dubbi: Davids è l’uomo giusto, il giocatore che può far volare la squadra. A Milano, intanto, fanno festa. «Ci siamo tolti una bella grana», dicono; così, nel dicembre del 1997, Edgar arriva a Torino.
Dopo le feste di fine anno, inizia la sua fulgida ascesa: è davvero un Pittbull, i bianconeri vincono scudetto e Supercoppa Italiana. Tanto per la cronaca, il Milan arriva decimo: «Ho scelto la Juventus – dice all’atto della presentazione – perché negli ultimi quattro anni è stata la società che ha vinto più di tutti: in Italia, Europa e nel Mondo. Il sogno di ogni calciatore, il paradiso calcistico. Ho raggiunto il massimo: adesso spetta a me non sperperare questa fortuna».
Alla fine del campionato, Davids vola in Francia, per disputare i Campionati Mondiali. L’Olanda e la Croazia sono le autentiche rivelazioni e si troveranno a disputare la finalina per il terzo posto. Edgar è eletto uno dei migliori giocatori del torneo.
Il ritorno nel campionato italiano, però, è molto diverso; la Juventus stenta, la squadra non è più brillante come prima, tanto è vero che il suo condottiero, Marcello Lippi, dà le dimissioni a metà stagione. Al suo posto arriva Ancelotti e il feeling con il Pittbull è immediato, ma la squadra perde lo spareggio per la Coppa Uefa.
La stagione 1999-2000 termina in modo deludente, nella “piscina” di Perugia e ancora più deludente sarà il Campionato Europeo, disputato proprio in Olanda, nel quale la squadra dei mulini a vento, perde la semifinale ai rigori contro l’Italia. Davids è considerato il migliore giocatore del torneo e uno dei più forti giocatori del mondo, ma non è sufficiente.
Ma la stagione successiva sarà ancora peggiore. Edgar soffre di un glaucoma agli occhi e, per giocare, è costretto a indossare un paio di occhialini. Al termine di una partita al Friuli contro l’Udinese, Davids è trovato positivo all’antidoping; si parla di Nandrolone. Il giocatore si difende, la società corre ai ripari, sostenendo che il giocatore ha dovuto prendere delle medicine contro la malattia agli occhi. Il presidente Chiusano cerca di smontare le accuse pezzo per pezzo, ma come sia finito il Nandrolone nella provetta di Davids, nessuno sa spiegarlo; fatto sta che Edgar è squalificato per cinque mesi.
«Cari tifosi, Attraverso le pagine di “Hurrà Juventus” voglio inviarvi un messaggio che ritengo importantissimo. La stima e l’appoggio che mi avete sempre dimostrato è eccezionale, ed io voglio continuare a essere per voi un esempio. Mi fa immenso piacere sapere che ci sono ragazzini che hanno come obiettivo quello di diventare come me, perché sono convinto di incarnare l’immagine pulita dello sport più amato al mondo. Purtroppo mi trovo coinvolto in una vicenda incredibile, che mi turba profondamente. Proprio io, che non sopporto il fumo di una sigaretta, che non bevo alcolici, che seguo una dieta sana e controllata, vengo accostato alla parola Nandrolone! Per aiutarvi a comprendere meglio il mio carattere, vi racconto una cosa: pensate che a volte non accetto neanche i tipi di cura più semplici, quest’anno ad esempio ho rifiutato il vaccino antinfluenzale che tanti miei compagni hanno fatto. Tutto questo per dirvi che una persona come me, che ha una cura maniacale del proprio corpo e sani principi morali, non potrebbe mai assumere sostanze dannose e, per la sportività che credo sia alla base del calcio, additivi che possano alterare le mie prestazioni. Io sono pulito, non capisco cosa sia accaduto e il referto di quelle analisi mi ha colto assolutamente di sorpresa. So che sarà una battaglia, ma lottare per la verità vale qualunque sforzo. Per la Juve abbiamo combattuto assieme per anni, anche ora mi piacerebbe avervi al mio fianco».
Terminata la squalifica, Edgar ritrova Lippi, ma la Juventus non ingrana; Zidane non c’è più, al suo posto c’è Pavel Nedved e proprio con il ceco nascono i primi problemi. Pavel ha la tendenza, come Edgar, di giocare sulla fascia sinistra; poiché anche Del Piero ama iniziare la propria azione da quella parte, nascono grossi problemi tattici e di convivenza. Lippi, con un colpo di genio, risolve la situazione: Del Piero è spostato più avanti, di fianco a Trézéguet, a Nedved viene data la licenza di vagare per il campo a suo piacimento e Davids ritrova, d’incanto, la fascia sinistra e lo smalto dei giorni migliori. La Juventus vince uno scudetto rocambolesco ai danni dell’Inter, bissando la vittoria anche la stagione successiva, dovendosi però ancora una volta inchinare alla maledizione della Champions League, perduta ai rigori contro il Milan.
La stagione 2003-04 nasce sotto cattivi auspici; cominciando a dubitare delle sue qualità fisiche, la società ingaggia il ghanese Appiah, ritenuto il logico sostituto di Davids. In più, il suo contratto sta per scadere e Edgar chiede un sostanziale aumento di stipendio; Moggi non è per niente d’accordo e il giocatore si impunta. Lippi, ritenendo il giocatore a fine carriera, lo schiera con il contagocce e il Pittbull decide di fare le valigie. I tifosi juventini sono perplessi; per loro, Edgar è un idolo, in lui vedono quella voglia di combattere e di non mollare mai che è il marchio di fabbrica della Juventus.
Inizio 2004, Davids vola a Barcellona, sponda blaugrana, dove ritrova tanti amici di vecchie battaglie, a cominciare dall’allenatore Rijkaard. L’impatto è devastante; con l’ingaggio di Edgar, il Barça comincia a volare e a rosicchiare punti su punti alla lepre Valencia. Alla fine della stagione, il Barcellona arriva secondo ma Edgar non è ancora soddisfatto; vuole prendersi la rivincita su Moggi e viene allettato dalle sirene interiste. Un errore gravissimo; Edgar non scende quasi mai in campo, totalizza una quindicina di presenze, diventando una sorta di oggetto misterioso. Mancini lo lascia marcire in tribuna e non si oppone alla volontà del giocatore di andarsene.
Alla fine del campionato 2004-05, Davids ha di nuovo le valigie pronte, destinazione Londra, sponda Tottenham; nonostante le poche presenze, riesce a portare gli “Spurs” al quinto posto, a un solo punto dalla qualificazione per la Champions. Nell’inverno del 2006, fa ritorno all’Ajax; con gli “Aiaci” vince la Coppa olandese, realizzando il rigore decisivo.
Nella Juventus totalizza 235 presenze e dieci reti, tre scudetti vinti e l’accesso diretto nel Gotha dei migliori giocatori bianconeri di tutti i tempi.
«Con la Juventus ho imparato a vincere. Non so com’è successo, è qualcosa che si respira nell’aria dello spogliatoio, sono concetti che vengono tramandati da giocatore in giocatore, è il sentimento che ti trasmettono milioni di tifosi e non c'è club nel mondo che ti faccia lo stesso effetto».


SIMONE SALVEMINI, DAL LIBRO “I NOSTRI CAMPIONI”
Davids non è mai stato un giocatore simpatico, non ricordo sue memorabili interviste, né grandi sorrisi. Ma tutto ciò non era necessario: Pitbull è stato un atleta senza fronzoli, specchio di quella Juve muscolare che non mollava mai, neanche nei minuti di recupero. Gambe salde, cuore e nervi d’acciaio: la Juventus di Lippi. Se provo a immaginarlo, lo vedo lì in mezzo al campo con le treccine raccolte e il grugno del duro, un po’ ingentilito dagli occhialoni tecnici, necessari dopo l’intervento per un glaucoma, che macina chilometri e sradica palloni dai piedi degli avversari. I suoi tackle scivolati, sempre al limite del regolamento, sono entrati nella storia del calcio. Le sue risse, sempre e solo frutto della trance agonistica, lo caricavano di un’ulteriore energia da sfogare sul campo. Un calciatore vero, che nei contrasti non ha mai tirato via la gamba, quasi a costo di infortunarsi, spinto dal suo furore di olandese del Suriname e animato da una volontà non comune che in bianconero lo ha fatto diventare uno dei centrocampisti più forti del calcio moderno.


ZINEDINE ZIDANE
«Non è una leggenda la storia che vuole che io mettessi un cappellaccio da pescatore per andare a giocare con gli immigrati, anche se l’ho fatto soltanto un paio di volte. A spingermi era il mio compagno di squadra Edgar Davids. Lui ci andava matto, lo faceva molto spesso: prendeva la macchina e quando vedeva qualcuno giocare in un parcheggio si fermava per aggregarsi. Mi diceva sempre: “È per loro che dobbiamo giocare, sono queste le partite importanti”. Ed io gli dicevo: “OK, ma abbiamo gli allenamenti, apparteniamo a un club di alto livello, non possiamo rischiare di infortunarci”. Allo stesso tempo, però, lo ammiravo, perché era in grado di fare delle cose del genere».



2 commenti:

rael ha detto...

mi ricordo il commento di Costacurta: "Davids era una mela marcia".

Anonimo ha detto...

Negli anni 90 di grandi campioni come Davids ce n'erano un macello. Basta pensare a Vieri, Maldini, Nesta, Ronaldo, Zidane, Henry, Raul, Rivaldo, Nedved, Shevchenko ecc. Oggi i veri campioni si contano sulle dita di una mano includendo pure quelli che stanno finendo ormai la loro luminosa carriera. Spero che si ritorni il più presto possibile ai livelli di allora.