venerdì 3 marzo 2017

Zbigniew BONIEK

«Zibì cavallo dell’Est – racconta Caminiti – apparve subito quello che effettivamente era, un alieno, un anarchico votato alle imprese impossibili, il Bello di notte per l’Avvocato, giacché in campionato denunziava strani tentennamenti e comunque tutti si erano follemente invaghiti di monsieur Platini. Arrivarono insieme, salvo che la permanenza del polacco fu più breve, si ruppe d’improvviso l’incanto, e dopo tre campionati, la Juventus lo cedeva alla Roma. Si deve dire che Boniek aveva intanto smantellato anche lo scherzoso riferimento dell’Avvocato. Non era solo bello di notte, forse non era bello nemmeno di giorno, col suo baffo rossiccio, quegli occhi azzurri furbi sornioni, il gran fisico longilineo che ne faceva scattista intemerato, il più veloce, il più decisivo, il più scardinatore: l’uomo delle sgroppate titaniche e dei goal entusiasmanti. Non è  che segnasse tanti goal. Non è che partecipasse al gioco, rimanendo nel cuore del gioco. Stazionava in attesa di poter produrre il suo spunto esplosivo, galleggiava per così dire tra centrocampisti e attaccanti, in una Juventus che s’era votata allo spettacolo, sei mondiali e due fuoriclasse foresti, la squadra che finalmente corona il quasi secolare inseguimento di Madama agli scettri europei».
Il feeling con la Juventus nasce a Buenos Aires nel 1979, quando Enzo Bearzot convoca il polacco nel Resto del Mondo, al posto dell’infortunato Bettega e di Rummenigge e Blochin, che avevano rinunciato, perché impegnati con le rispettive Nazionali. C’è anche Michel Platini e, alloggiati nella stessa camera, non possono certo immaginare che un giorno sarebbero stati compagni di squadra. Boniek, con un’ottima prestazione, non tradisce la fiducia del commissario tecnico azzurro, responsabile della rappresentativa mondiale che batte 2-1 l’Argentina “campeon” rinforzata dall’astro nascente Diego Maradona. Boniek entusiasma Tardelli, Cabrini, Causio, i tre juventini della formazione, con Rossi, bianconero in pectore e Giampiero Boniperti che lo vede in TV. «Sei fatto per la Juventus», gli dicono. Glielo ripete anche Gigi Peronace, il compianto “Public relations man” della Nazionale italiana. Boniek se ne convince, tanto da rimanere deluso quando la Juventus gli preferisce Liam Brady.
Zibì, approda a Torino due anni dopo, con Platini che lo segue a ruota; insieme vincono tutto, o quasi. Per entrambi, però, i primi tempi sono difficili e l’amicizia, nata a Buenos Aires, si cementa fra i due, così diversi come carattere, ma complementari l’uno dell’altro, sul campo. Genio e sregolatezza si fondono sia in campo che nella vita privata, dove si frequentano spesso, quasi a proteggersi vicendevolmente. Un’intesa, una complicità, un’amicizia destinate a durare nel tempo, oltre la Juventus. In coppia regalano a se stessi, ai tifosi e alla Juventus, una serie di trionfi storici.
«Giocare nel vostro campionato è l’esperienza più appassionante della mia vita. Mi figuravo molte difficoltà, ma lo sto trovando terribilmente difficile. Però, tutto ciò mi stuzzica, mentre mi esalta il giocare nella Juventus, cioè in una squadra di statura mondiale. Ho attraversato dei momenti in cui mi pareva di aver perso qualcosa, come il fatto di non essere più il numero incontrastato, come succedeva in Polonia, sia nella squadra di club che in Nazionale. Vorrei sempre vincere, ma ci sono anche gli avversari che, in Italia, non mollano nemmeno un metro di prato, davanti a te».
Boniek è, soprattutto, l’uomo di Coppa. «Quello che gioca bene di notte», disse l’avvocato Gianni Agnelli presentandolo a Henry Kissinger. Esprime il meglio di sé nelle competizioni internazionali, dove, con marcamenti meno asfissianti, le qualità di Boniek esplodono: scatto, prontezza di riflessi, potenza, classe, insomma è spesso irresistibile. Se Platini è Le Roi del goal per come li realizza o li confeziona per i compagni, Boniek è un formidabile contropiedista, tanto che Maradona lo definisce il migliore al mondo, nel suo genere. In campionato, invece, Zibì fatica a essere protagonista: nel primo anno juventino è relegato sulla fascia destra e la manovra ne risente parecchio. Basta, infatti, che gli avversari stiano attenti a Cabrini sulla sinistra e la palla si infila in un imbuto, facilmente controllabile; per qualche partita, complice un lieve infortunio di Tardelli, il Trap accarezza l’idea, purtroppo irrealizzabile, di far coesistere Marocchino come tornante destro con Platini e Boniek mezzali, Rossi e Bettega in attacco. L’inghippo è felicemente risolto riportando Tardelli a esterno destro, mettendo in mezzo Bonini al servizio, letteralmente, di Zibì e Michel, con Rossi e Bettega davanti.
Ma il polacco è troppo anarchico tatticamente, troppo discontinuo nell’arco della stessa partita per fare il trequartista. Tutti i dotti ricordano il numero migliore: lancio di Michel e volata di Zibì, ma non sempre questo schema è possibile, nonostante l’innegabile valore di entrambi. È devastante, invece, l’anno dopo quando, riconosciuta l’inadeguatezza di Penzo ad alti livelli, gioca Beniamino Vignola e Zibì può giocare da punta atipica, libero di correre secondo il proprio genio. Il terzo anno, arriva Briaschi che ruba spazio a Vignola e costringe Zibì a tornare in quella posizione ibrida di mezza punta che non gli si confaceva proprio. In definitiva: in un campionato evoluto tatticamente come quello italiano Boniek non poteva fare il rifinitore, per limiti tattici e di continuità evidenti. Privato del suo numero migliore, che necessita di grandi spazi, diventa, quasi, uno qualunque.
Nessuno in Polonia ha vinto quanto Boniek, che ha oscurato perfino la fama di Kazimierz Deyna, l’eroe della Coppa del Mondo di Monaco 1974 con lo storico terzo posto, poi eguagliato nel 1982. Nei Mondiali spagnoli, già acquistato dalla Juventus per oltre tre miliardi di lire, Boniek tocca livelli incredibili contro il Belgio segnando tre goal e incantando la raffinata platea del Nou Camp di Barcellona. L’unico rimpianto di quella magnifica avventura, è la squalifica che gli impedisce di affrontare l’Italia in semifinale. Gli azzurri vanno a Madrid, dove si laureano Campioni del Mondo, Boniek si consola battendo la Francia, priva di Platini, per il terzo posto.
Lui e Michel, insieme ai Campioni del Mondo Zoff, Cabrini, Scirea, Tardelli, Gentile e Rossi, non bastano per dare alla Juventus scudetto e Coppa dei Campioni. Secondi, dietro la Roma in campionato, battuti nella finalissima di Atene dall’Amburgo di Magath. Ma sulla rabbia di quei traguardi falliti di un soffio, Boniek e i suoi compagni costruiscono le loro rivincite. Intelligente, colto (ha il diploma di insegnante di educazione), estroverso, il Boniek giocatore lascia una traccia indelebile nel cuore dei tifosi juventini. “Boniek forever” era scritto su uno striscione. Il polacco spera che la Juventus lo convinca a firmare il contratto ma Boniperti, avendo grande stima del giovane asso danese Michael Laudrup, non può offrirgli quanto la Roma e Zibì si trasferisce nella capitale.
Smesso di giocare, intraprende, con risultati pessimi, la carriera di allenatore, prima di diventare opinionista, dove, purtroppo, comincia a spargere veleno sulla Juventus, non perdendo occasione per accusarla e criticarla, attirandosi, inevitabilmente, tutta la rabbia dei tifosi juventini. Tifosi che insorgono letteralmente quando la società bianconera decide di intitolare a Boniek una delle “50 stelle” del nuovo stadio juventino. «Ho sentito questi malumori – dice Zibì – è mi è dispiaciuto molto soprattutto poi perché la motivazione la reputo ridicola: “per poca gratitudine”, ma a chi? In campo con la Juventus ho sempre dato tutto, non risparmiandomi mai. Il presidente Agnelli mi ha mandato una lettera per far parte delle stelle nel nuovo stadio ed io ne sono onorato. Non è che tutti quelli che hanno giocato per la Juventus debbono per forza essere anche tifosi juventini. È bello anche confrontarsi con opinioni differenti. So quello che ho fatto per la Juventus e, se i tifosi non mi vogliono nel nuovo stadio, dico che la storia non si può cancellare. Non ho mai parlato male della Juventus. Se io critico qualcuno che in passato si è comportato male sono affari miei. Se poi i tifosi non vogliono che vi sia la mia stella nel nuovo stadio io non morirò mica, ma in campo ho fatto la storia della Juventus ed ho sempre onorato la maglia dando tutto quello che potevo dare. Ricordo che ero un beniamino dei tifosi, che esponevano striscioni come “Zibì forever”. Se ce l’ho con qualcuno, ce l’ho solo con chi ha rovinato l’immagine della Juventus. Sono certo che un domani quando andranno via Marotta & C. nessuno dovrà ripulire l’immagine della squadra». E la stella viene tolta al polacco e consegnata a Edgar Davids…


ANGELO CAROLI
Boniek ha tutt’altro talento rispetto a Platini, meno riflessivo e più armonioso, più potente e meno disciplinato tatticamente. Aveva la spavalda capacità di trascinare la Juventus con il sostegno dell’esplosività dei muscoli e del temperamento. Non è ardito sostenere che buona dei match di coppa della Juventus li abbia risolti lui. Adatto più alla zona che al marcamento all’uomo, si esaltava soprattutto nel contropiede, nelle galoppate fra le due corsie laterali con analoga efficacia. Faceva goal spettacolari e preparava assist importanti, da cui avrebbe tratto profitto soprattutto Platini. Zibì è delizioso, estroverso, tutt’altro che timido. È nato per farsi benvolere e per parlare. Difficilmente è di cattivo umore, il cielo azzurro d’Italia lo ha reso più loquace. Ed è molto corporativista. Un giorno a Villar Perosa, durante il ritiro di agosto, prese le difese di Paolo Rossi, contestato dal pubblico. Boniek entrò nel cuore dei tifosi più di quanto abbia fatto Platini. Michel e Zibì, diversi come giocatori e come uomini ma grandi amici. Giocavano a carte, scherzavano su ogni argomento, si trovavano spesso nelle rispettive case, nel torpore riposante delle famiglie ed erano in sintonia su molti problemi esistenziali.


“HURRÀ JUVENTUS” GENNAIO 2010
Il miglior giocatore della storia polacca. Il Bello di notte, come lo chiamava l’Avvocato Agnelli, per la sua propensione a segnare nelle gare notturne in Europa. I lanci millimetrici di Michel Platini trovavano sempre lui come terminale ultimo dell’azione. Tre stagioni alla Juventus, con cui vinse uno scudetto, una Coppa Italia, una Coppa Coppe, una Supercoppa Europea e una Coppa Campioni. Poi tre anni alla Roma: l’avversaria numero uno dei bianconeri proprio in quegli anni Ottanta. Il secondo polacco, dopo Zmuda, giunto in Italia alla riapertura delle frontiere nel 1980. Un calcio, quello dell’Europa dell’Est, per lo più sconosciuto a chi stava da questa parte del muro di Berlino, come ci racconta lui stesso in questa intervista. Cosa voleva dire per un calciatore nato e cresciuto al di là della cortina di ferro giocare in Italia? «Io non ho avvertito questo grande salto arrivando a giocare nell’Europa occidentale, anche perché chi gioca a calcio a certi livelli frequenta tutta Europa. Con il Widzew Łódź già da sei o sette anni stavo giocando le coppe europee. Avevamo incontrato squadre importanti tra cui il Manchester United e abbiamo eliminato anche la Juventus nel 1980 in Coppa Uefa. Per me all’epoca la cosa importante era poter fare una scelta giusta: a ventisei anni avevo la possibilità di finire in una squadra forte e in un calcio più quotato di quello polacco, ma non potevo sbagliare la mia decisione. La Juventus rappresentava una vera e propria garanzia sotto tutti i punti di vista. Sono contento di non avere affatto sbagliato scelta. Sono stato felicissimo di avere giocato in bianconero».
Sei Campioni del Mondo più Platini e Boniek. Una delle Juventus più forti della storia? «All’epoca per tre anni siamo stati una delle squadre più quotate, se non la più quotata, al mondo. C’erano pochi club che avevano così tanti campioni in rosa. Però, pur avendo vinto tantissimo in Italia e in Europa, ancora provo rammarico per quella partita persa ad Atene. Avessimo vinto quella sera contro l’Amburgo, l’anno successivo avremmo potuto giocare la Coppa Intercontinentale e magari rivincere la Coppa Campioni invece della Coppa Coppe. Insomma, pur essendo ricordati come la squadra che ha vinto tutto, se avessimo battuto l’Amburgo avremmo vinto tre volte di più».
In quegli anni per lo scudetto era una lotta a due, Juventus e Roma. Che sapore aveva quella sfida? «Nei primi anni Ottanta Juventus e Roma erano in assoluto le due squadre più forti in Italia. In più avevano entrambe due grandi personaggi al comando: Giampiero Boniperti e Dino Viola. Due presidenti che non si risparmiavano battute o frecciate e contribuivano ad accrescere la rivalità fra le due squadre. A complicare la situazione c’era poi Andreotti, il politico numero uno, tifoso della Roma, e il nostro proprietario, l’avvocato Agnelli. Due squadre agli antipodi quindi da tutti i punti di vista, in particolare da quello mediatico. Ma quel che più conta è che in fondo erano le due squadre che giocavano meglio in Italia, si contendevano i titoli e per questo le sfide dirette non potevano non essere partite importantissime».
Come viveva queste gare? «Personalmente vivevo le partite tutte allo stesso modo. Potevo giocare contro l’Ascoli o contro la Roma, ma la sera prima non riuscivo comunque a dormire. Qualunque fosse l’avversario io ero sempre concentrato e teso. È ovvio che sapevo che la partita contro la Roma era particolare. Un risultato positivo poteva aprire la strada verso lo scudetto, una sconfitta poteva pregiudicare l’intera stagione».
Cosa mancò alla Juventus 1982-83 per vincere il campionato? «Pagammo dazio per i sei Campioni del Mondo che avevano fatto un gran Mondiale. Michel Platini ed io avevamo giocato il Mondiale spagnolo fino in fondo (finale per il terzo e quarto posto), quindi a metà stagione eravamo un po’ affaticati, anche perché all’epoca la parola turn-over ancora non esisteva nel vocabolario del calcio italiano. Nell’arco del campionato commettemmo qualche passo falso. Però in quella stagione battemmo la Roma ben quattro volte, due in campionato e due in Coppa Italia, anche se alla fine loro vinsero lo scudetto meritatamente. Avevamo nei singoli qualcosa in più, ma i giallorossi forse erano più squadra, avevano maggiore continuità di risultati e per questo riuscirono ad aggiudicarsi il tricolore».
Quanto le piaceva il soprannome Bello di notte? «Nei tre anni in cui ho giocato alla Juventus sono sempre stato eletto a fine stagione tra i top undici. Questa graduatoria riguarda il campionato. E il campionato si giocava al pomeriggio della domenica o di notte? Credo che l’Avvocato mi chiamasse così, perché in tre anni la Juventus con me ha giocato quattro finali europee vincendone tre. Ha segnato in totale cinque goal. Di questi cinque io ne ho realizzati tre. Il quarto era un rigore per fallo su di me nella tragica finale di Bruxelles. Bello di notte lo diventai definitivamente dopo la vittoria in Supercoppa Europea contro il Liverpool, partita in cui correvo il doppio degli altri e segnai una doppietta. Nessun rimprovero e nessuna battuta dell’avvocato Agnelli mi ha mai dato fastidio: tanto meno questa, che evidenziava le mie belle prestazioni nelle partite serali».
Il suo arrivo a Roma? «Chiaramente ero considerato un soggetto un po’ da studiare. Mi ricordo che nei primi allenamenti mi guardavano come per cercare di capire se sotto la tuta avessi ancora la maglia della Juventus. Nella prima gara di campionato dopo dieci minuti avevo fatto già tre o quattro azioni di un certo livello, ma i tifosi rimanevano ancora freddi e in silenzio. A un certo punto della gara partì il solito coro: “Juve, Juve vaff…” e subito dopo “Zibì Boniek, Zibì Boniek”: praticamente in quel momento capii che mi avevano adottato».
Idolo a Roma, ma senza criticare la Juve. Si può? «Certo, per conquistare i tifosi avrei potuto scegliere la strada più facile, parlare male della Juventus. Ma non sono fatto così. Ho sempre detto che giocando a Roma e trovandomi bene in questa città avrei fatto di tutto per i colori giallorossi, senza mai rinnegare un passato (quello bianconero) che posso descrivere con una sola parola: meraviglioso. E la situazione è rimasta così: vivo a Roma, dove mi trovo benissimo, mi piace la squadra della Roma ed ho molti più contatti, ovviamente, con la realtà giallorossa che con quella bianconera. Però sono rimasto sempre un grande estimatore e tifoso della Juventus, conosco molti giocatori e sono molto contento quando vince e gioca bene. Sono stato solo un po’ critico anni fa, ma preferisco non parlarne».
Affrontare la Juventus con la maglia giallorossa cosa significava? «Nella prima partita che giocai contro la Juventus all’Olimpico, dopo dieci minuti presi un cartellino giallo per un intervento duro su Platini. Alla nostra epoca era diverso. Adesso i giocatori piangono e si lamentano sempre. Ai miei tempi esisteva il fallo di intimidazione. Gli allenatori, tutti, consigliavano ai giocatori di farsi sentire subito alla prima entrata. Oggi non puoi più farlo. I giocatori si graffiano. Al primo intervento a gamba tesa rischi l’espulsione. Essendo quindi Platini l’avversario che in quella gara poteva fare la differenza, decisi subito di farmi sentire. Non è ovviamente cambiato nulla nel rapporto fra di noi: eravamo amici e lo siamo ancora oggi, ma in campo è un’altra cosa. Amicizia oltretutto è anche questo: non essere ruffiano, ma rispettare i ruoli. Io giocavo nella Roma e lui nella Juventus e quel giorno eravamo avversari».
Erano comunque sempre partite dure e tese fra Juventus e Roma? «Una volta nel tunnel che conduce agli spogliatoi mi ricordo che accaddero cose turche. All’epoca giocavo con la Juventus e difesi i miei colori. Era la famosa partita in cui un cane lupo della Polizia morse Brio e a Roma il giorno dopo girava la battuta che il cane era morto di rabbia».
Perché dice che sotto il tunnel succedeva di tutto? «Perché una volta era proprio lì che si dettava legge. Oggi vedi dei ragazzi che prima ancora di sapere calciare già si comportano in maniera arrogante. Credo che la lezione più giusta che possono ricevere siano quattro parole ben dette nel sottopassaggio, ma con le telecamere che ti seguono ovunque non è più possibile. Tengo a precisare che in quelle occasioni non accadevano cose violente, ma ci si spiegava tra giocatori e tutto finiva lì».
Sempre chiaro e diretto Zibì Boniek, come quando correva verso l’area di rigore avversaria: puntava dritto al cuore e segnava. Meglio se di notte.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

BELLO DI NOTTE: meravigliose. Per il polacco: le uniche parole possibili. E chi, se non l'Avvocato, poteva concepirle. Nemmeno Brera regge il confronto. Non esagero: anche il footbal è poesia. No. Quella Juve non era la Juve degli scudetti, delle gare insulse, dei punti, dei conticini, dei calcoli, delle vittorie sciatte. Era la Juve europea: la Juve del calcio nella sua essenza, delle gare senza appello: o vinci o fuori. Era la Juve delle coppe: la Juve di notte. Era la Juve della paura, racchiusa, pavida, assalita da ogni zona del campo? NO. Perché in agguato c'era il polacco. E che vuol dire questo?
Vuol dire: folgorare. Pochissimi secondi, giusto quei pochissini per travolgere tutto e tutti, tutto e chiunque osava frenare Boniek. Juve alla Trap. Ma quale Sacchi? Quale zona? C'è Boniek? Sì. C'è Vignola? Sì. C'è Platini? Sì. E allora c'è il calcio.

Anonimo ha detto...

D'accordissimo. Ma quale Sacchi? Quale zona? Quale Barca? Tic-toc, tac-tic e poi ancora: tac-tic e tic-toc. E la cantilena continua. No: non mi piace la sciatteria. Il calcio deve stravolgermi d'incanto.
Pochi secondi: un tocco di PLatini, la fuga di Boniek e la palla in rete. QUESTO E' CALCIO:
UN LAMPO CHE SQUARCIA LE TENEBRE DI UNA NOTTE EUROPEA. BELLO DI NOTTE: uniche parole possibili.

Anonimo ha detto...

Com’era bella la COPPA DELLE COPPE.

Se alla conquista di tal trofeo partecipa solo il club vincitore di una competizione nazionale ad eliminazione diretta, se tali competizioni (dalla prima gara in Patria all’ultima in Europa) sono per essenza le più esaltanti, debbo necessariamente aggiungere: com’era fascinosa la Coppa delle Coppe.

Com’era fascinosa in tutto e per tutto: si osservi il trofeo. E’ l'unico, tra gli altri, a posseder sembianza di coppa: non molto grande, non molto piccolo, elegantissimo, proporzionato, elevasi con armonia e garbo dalla base ai manichi.

E come non c'è più questo meraviglioso trofeo (anche nella forma): allo stesso modo non c'è più quel footbal.

Sì: nemmeno le divise.

Sì: quelle gialle della JUVE, in quel di BASILEA, fresco piovigginoso mercoledi 16 maggio, stadio piccolo e aggraziato come il goal di VIGNOLA e suo tocco per il BELLO DI NOTTE.

Anonimo ha detto...

Il signor Boniek , quando parla dei suoi rapporti con la Juve, deve dire qual'è il vero motivo dell'astio nei confronti del club grazie al quale s'è procurato fama e guadagno. La cosa più insopportabile è l'ipocrisia, il moralismo di comodo. Davvero egli pensa che la vera ragione sia Calciopoli e che gli ingenui abbocchino alle sue parole? Dica cosa "pretendeva" dalla Juve e non gli è stato concesso: se è un vero uomo, un uomo cioè di onore e dignità. La stella è simbolo di luce, di trasparenza, di verità. Se i tifosi per lui non la vogliono: appare evidente che le suddette qualità dell'uomo vero non sono qualità del polacco. E deve ricordare che la partita più importante della sua carriera (la finale di Basilea) fu decisa da Vignola per un gol capolavoro e per un delizioso assist che permise gli permise il raddoppio. A Roma sta bene e lì deve rimanere: tra i pupi e i ciarlatani che non hanno mai vinto niente.

Anonimo ha detto...

Ma quale Sacchi? Quale Barca? tic toc, tac-tic e poi ancora: tac-tic e tic-toc.
E la cantilena continua. No: la sciatteria non mi piace.
Il calcio deve stravolgermi d'incanto in pochi secondi: 90 sono troppi.
Un lampo che squarcia il fabuloso notturno europeo.
Pochi secondi: tocco di Patini, fuga di Boniek, palla in rete.
Questo è calcio per me: i pensieri altrui non m’importano.
“Bello di notte”: uniche parole possibili.

Enzo Saldutti ha detto...

Boniek nasce a Bydgoszcz il 3 marzo del 1956. Pervenne dopo il mondiale spagnolo e conoscemmo la forza del destino perché nella Juventus più grande di tutti i tempi incontra Giovanni Trapattoni e Michel Platini. Siamo di fronte al calcio italico nella suprema epifania perché il migliore del mondo nel lancio al bacio incontra il migliore del mondo nelle fughe titaniche. Il calcio mitico già conobbe una “saeta rubia” nel Real di Madrid. Così fu nomato il leggendario Di Stefano ma il polacco dai capelli color medesimo è di gran lunga più veloce e con altra dicitura: “bello di notte”. Ciò perché sornione in campionato Zibì è uno scattista travolgente nelle gare di coppa.
Le tre competizioni continentali erano appannaggio dei britannici e non si intravedeva possibilità alcuna di poter vincere nei campi di oltremanica. Le squadre dal passato glorioso come il Benfica, il Barcellona e lo stesso Real esistevano per contare poco o nulla.
Ma era davvero impossibile? No: assolutamente no. Perché c’era la Juve e con la Juve Platini e con
Platini Boniek: il devastante e intemerato scardinatore implacabile e preciso.
Il Liverpool faceva tremare il mondo. Il Manchester faceva tremare il mondo. Ma ciò non accadde alla Juve perché in agguato stazionava il polacco. E non più di qualche secondo per travolgere tutto e tutti: un tocco di Platini per la fuga di Boniek e il pallone in rete. Zibì li travolge dovunque: prima lì e poi qui. Zibì è una freccia: un lampo che squarcia il fabuloso notturno europeo.

Enzo Saldutti ha detto...

bello di notte
Boniek nasce a Bydgoszcz il 3 marzo del 1956. Pervenne dopo il mondiale spagnolo e conoscemmo la forza del destino perché nella Juve più grande di tutti i tempi incontra Giovanni Trapattoni e Michel Platini.
Siamo di fronte al calcio italico nella suprema epifania perché il migliore del mondo nel lancio al bacio incontra il migliore del mondo nelle fughe titaniche. Il calcio mitico già conobbe una “saeta rubia” nel Real di Madrid. Così fu nomato il leggendario Di Stefano ma il polacco dai capelli color medesimo è di gran lunga più veloce e con altra dicitura: “bello di notte”. Ciò perché sornione in campionato Zibì è uno scattista travolgente nelle gare di coppa.
Le tre competizioni continentali erano appannaggio dei britannici e non si intravede capacità alcuna di vincere nei campi oltremanica.
Le squadre dalla tradizione gloriosa come il Benfica, il Barcellona e il Real esistono per contare poco o nulla. Ma era davvero impossibile? No: assolutamente no. Perché c’era la Juve e con la Juve Platini e con Platini Boniek: l'intemerato scardinatore devastante e implacabile.
Il Liverpool fa tremare il mondo.
Il Manchester fa tremare il mondo.
Ma ciò non accadde alla Juve perché in agguato staziona il polacco.
E non più di qualche secondo per travolgere tutto e tutti: tocco di Platini, fuga di Boniek, palla in rete.
Zibì li travolge ovunque: prima lì e poi qui.
Zibì è una freccia: un lampo nel fabuloso notturno europeo.