mercoledì 15 febbraio 2017

Adolfo GORI

Sbarca in riva al Po ben prima del tradizionale calcio mercato del 1963; la Spal si presenta al Comunale torinese per l’ultima giornata del campionato e già si parla del passaggio in bianconero di Gori e di un altro pezzo pregiato del vivaio ferrarese, Dell’Omodarme. Quella partita, che sa oramai soltanto di commiato e di smobilitazione tra due formazioni paghe per opposte ragioni (Spal già in salvo, Juventus seconda, con scudetto sfumato a vantaggio dell’Inter tre domeniche prima), Gori la vede dalla tribuna. Nonostante questo, il neo juventino avrà prestissimo modo di mettersi in luce, con i nuovi colori. Finito il campionato, la squadra bianconera onora al meglio l’impegno internazionale della Coppa delle Alpi e trasferisce, armi e bagagli, in terra elvetica, anche i nuovi acquisti, unitamente alla vecchia rosa al completo.
«Il giorno del mio arrivo a Torino – racconta – toccavo il cielo con un dito; era la Juventus, cioè il massimo e sarebbe stato facile di lì in poi. Non era vero, naturalmente, ma avevo poco più di vent’anni e ci credevo. Arrivavo dalla Spal, cioè dalla provincia piccola piccola e mi ritrovavo in una squadra carica di gloria e di tradizioni. Sono stati anni indimenticabili, anche se non vincemmo molto».
C’è Dell’Omodarme, tipo speciale di ala che pure farà parlare di sé spesso e bene, specie in tempi “heribertiani”; c’è l’azzurro Menichelli, soffiato con molto tempismo all’agguerrita concorrenza e alla ancor più agguerrita tifoseria romanista, poco disposta a rinunciare al suo beniamino; c’è Gori, che sin dalla prima partita, contro il Basilea, dimostra come il suo acquisto sia stato per la società fatto quanto mai produttivo. Gioca indifferentemente terzino o mediano, corre per sé e spesso anche per altri, non resta disorientato di fronte ai non sempre lineari schemi difensivi pretesi dal “brasilero” Amaral. E dimostra di avere pure confidenza con il goal, proprio contro il Basilea. Naturalmente, ci vuole altro che una Coppa delle Alpi per fissare nel tifoso un’impressione definitivamente positiva.
Adolfo non è un ragazzino alle prime esperienze e garantisce parecchio anche in fatto di continuità di rendimento: «Le soddisfazioni incominciarono subito, a cominciare dalla Coppa delle Alpi, nel 1963; pensavo che non avrei giocato neppure un minuto e, invece, disputai tutti gli incontri, fino alla finalissima con l’Atalanta, che battemmo 3-2, grazie ad un grandissimo Sivori. A fine giugno di quell’anno, giocammo una partita amichevole contro il Santos; Omar, stimolato dalla presenza di Pelé, fece delle cose incredibili. Sognavo ad occhi aperti, pensando che con compagni così forti nessuno avrebbe fermato la mia Juventus. E, invece, c’era l’Inter che, però, battemmo nella Coppa Italia del 1965 e nel campionato 1966-67. L’Inter era fortissima, ma anche noi non scherzavamo; in difesa eravamo quasi imbattibili, Anzolin diceva che, con noi davanti, poteva anche giocare con le mani legate. A metà campo, Del Sol era unico; solo in attacco avevamo qualche problema, non perché i miei compagni non fossero forti, ma perché quelli dell’Inter erano formidabili».
Il campionato 1963-64, che tante traversie e malumori porterà in casa juventina, avrà tra le poche note decisamente confortanti proprio la prestazione complessiva di Gori: trentatré presenze su trentaquattro, mediano di spinta con Amaral e terzino con licenze fluidificanti ma non troppo con Monzeglio, presto sopravvenuto al trainer del 4-2-4 e dei centromediani interscambiabili. Conta e fa testo la grande regolarità di questo difensore ventiquattrenne, che inizia il torneo in forma e lo finisce più pimpante che mai, segnando addirittura nella partita del congedo, a Marassi, contro il Genoa di Santos. Terzino d’ala, ma con la grinta sufficiente per garantire l’adeguato controllo dell’estrema avversaria. Già nel finale del torneo 1963-64, si delinea una coppia fissa di terzini dall’alto rendimento, con Gori appunto e Leoncini detto Leo, che talvolta, pure lui, è impiegato in mediana. E Gori è tra i difensori il più continuo nel rendimento e nel numero di presenze.
Nel successivo torneo 1964-65, con Heriberto alla guida della squadra e Nestor Combin alla guida dell’attacco, Gori farà anche meglio centrando trentaquattro partite su trentaquattro e contribuendo alla solidità di una retroguardia seconda soltanto a quella del Milan come numero di reti incassate; appena ventiquattro. Un’intesa perfetta, questo naturalmente il segreto di tanta impenetrabilità; Bercellino è la roccia su cui si schiantano, senza passare, centravanti della miglior specie e, in seconda battuta, c’è Castano, il lungo mestiere applicato a classe delle più genuine. Gori, a seconda delle circostanze della partita, sta incollato al suo attaccante o svolge mansioni di raccordo col centrocampo, in alternativa a Leoncini. Così Anzolin può dormire sonni tranquilli in quella Juventus. Che, purtroppo, continua cronicamente a non disporre di un attacco adeguato, spiegando così i buoni ma non trascendentali piazzamenti della squadra.
Anche il 1965-66 porta fortuna a Gori (che a settembre ha, intanto, vinto una Coppa Italia contro l’Inter), presente trentadue volte e a segno in una circostanza (contro la Fiorentina, a Torino, in occasione di una delle più belle e nette affermazioni bianconere, 3-0), ma non alla Juventus, che pure finisce in bellezza, cancellando il Milan con una prova maiuscola. Campionato 1966-67; è il quarto anno di Juventus per Gori, oramai un beniamino della folla bianconera. Il campionato del sospirato e molto sofferto tredicesimo scudetto porta ad Adolfo una doppia soddisfazione; avere contribuito al prestigioso traguardo con ventinove presenze e una rete (segnata a Lecco) ed essere finalmente arrivato alla maglia azzurra. I due risultati sono entrambi quanto mai meritati; al primo contribuisce tra l’altro con maiuscola prova nella partitissima Juventus-Inter, opposto a Corso. Al secondo perviene subito dopo la vittoria nel campionato. Si gioca a Bucarest, Romania-Italia per la Coppa Europa, e Valcareggi attinge a piene mani dalla Juventus campione; in campo vanno Zigoni e appunto Gori, complice anche un incidente al titolare Burgnich. Il battesimo azzurro è del tutto positivo, ed è confortato anche dal risultato (vittoria per 1-0 con rete di Bertini nel finale); è il suggello a una stagione senza precedenti.
Racconta ancora: «Il 1967 fu un anno meraviglioso; prima lo scudetto e poi il debutto in Nazionale, insieme al mio compagno Zigoni. Vinsi anche un referendum, tra i tifosi bianconeri, come il giocatore più simpatico; ricevetti parecchi voti anche se, oggi posso ammetterlo, parecchie cartoline le avevo spedite io. C’era in palio una bellissima crociera».
Purtroppo, la stagione 1967-68 è per Gori tanto jellata quanto era stata fortunata la precedente. Dopo un buon avvio il terzino si infortuna in occasione del derby di andata e si trascina il malanno al ginocchio per l’intera stagione, riuscendo a racimolare soltanto sette presenze. L’ultima partita che gioca in maglia bianconera, non smentisce il contesto dell’annata; è partita sfortunata, persa male con il Milan e giocata così così da Gori, che Heriberto ha mandato in campo febbricitante contro uno scatenato Prati. «Nel 1968 cominciò un periodo non molto bello; la Juventus mi cedette al Palermo dove, però, non ebbi modo di giocare. L’anno successivo, a Brescia, le cose andarono meglio, ma la squadra retrocedette e preferì puntare sui giovani. Avevo trent’anni e mi fu offerta l’opportunità di giocare negli Stati Uniti, nel Rochester; fu un’avventura bellissima sul piano dell’esperienza umana e molto particolare sotto l’aspetto calcistico. Ho chiuso con il calcio, tornando in Italia».
I tifosi lo ricordano ancora: «Ricevo ancora tante dimostrazioni di affetto e simpatia; si vede che, alla Juventus, qualcosa ho dato anch’io».

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