martedì 9 maggio 2017

Luciano SPINOSI


Nasce a Roma il 9 maggio 1950. A dieci anni, è investito da una macchina, che gli causa la frattura di una gamba («Da mancino diventai destro», ama ricordare); si riprende ed è tesserato dalla Tevere Roma, che gioca in Quarta Serie. Luciano picchia che è un piacere, mangia delle bistecche da far paura, ma non ingrassa di un etto; lo chiamano Er Secco der Villaggio. «Sono sempre passato per un picchiatore, ma non era così. Certo, le mie entrate le facevo, ma non ho mai fatto male a nessuno e, soprattutto, non sono mai stato espulso per un fallaccio».
Nell’estate 1967, compie il gran balzo che lo porta dalla Serie D alla massima divisione nelle file della Roma con la quale, diciottenne, esordisce in Serie A: «Eravamo di lunedì e mister Helenio Herrera venne da me, dicendomi che la domenica successiva, nella partita contro il Pisa, mi avrebbe dato il posto da titolare. Mi disse di stare tranquillo e, forse per farmi passare un principio di tremarella, mi predisse che avrei pure segnato un goal. Fra me e me pensai che sarebbe stata una cosa assai improbabile, primo perché non sono mai stato un goleador, secondo perché, nel ruolo di terzino, non è che si abbiano molte occasioni per tirare a rete. Come fu, come non fu, fatto sta che, invece, il goal lo segnai davvero».
Dopo un triennio trascorso nella Capitale, nel 1970, in compagnia di Capello e Fausto Landini, raggiunge la Juventus e in bianconero si ferma otto anni. «Ricordo che girava voce che dovessi andare alla Juve, ma dalla società non trapelava niente. Una delle ultime partite di campionato la giocammo proprio a Torino contro i bianconeri. Mentre facevo riscaldamento, si avvicinò Boniperti. Ci salutammo e lui mi fece notare che avevo i capelli troppo lunghi e che li avrei dovuto tagliare. Lì ho capito che sarei andato alla Juve! Mi sono ambientato senza problemi, perché stavo facendo il militare a Roma e, praticamente, ero a Torino solamente pochi giorni. In questo modo, non ho sentito la nostalgia di casa e mi sono abituato alla città piemontese per gradi. Poi sono stati anni fantastici, basti pensare che qui mi sono sposato e qui sono nati i miei figli. Era un calcio diverso, io dovevo seguire il mio avversario in ogni zona del campo. Mi ricordo un episodio curioso: giocavamo al Comunale, era inverno e faceva un freddo cane. Il campo era metà al sole e metà all’ombra. A un certo punto il mio avversario (non ricordo chi era) mi dice. “Senti Luciano, io vado a giocare al sole che qui all’ombra fa freddo. Tu mi segui?” Io gli risposi: “Certo”. “Bene, allora andiamo”, disse lui. E così facemmo».
Difensore di buon temperamento a Torino è per quattro stagioni pedina fondamentale del pacchetto arretrato di una Juventus che sta diventando grandissima, poi con l’arrivo di Gentile le sue apparizioni si fanno episodiche e Spinosi, con grande professionalità, appena ventiquattrenne, vive l’amara esperienza della retrocessione al ruolo di rincalzo, dovuta anche a un gravissimo infortunio. Il 3 novembre del 1974, infatti, sul campo della Sampdoria, intervenendo di testa, Luciano ricade malamente con conseguenze disastrose. Frattura all’acetabolo del femore e forzato periodo di inattività. Per Luciano inizia un lungo calvario: «Pensavo addirittura di non poter più giocare, ma mi buttai a capofitto nella preparazione e i primi allenamenti furono durissimi; poi, un mattino, il dolore sparì e capii di potercela fare. Più mi allenavo e più speravo, perché il muscolo si riprendeva. Purtroppo, quando mi sono ripreso, non ho più ritrovato il posto, anche se, devo riconoscerlo, Morini ha giocato sempre magnificamente. Con Ciccio ho sempre avuto un ottimo rapporto, nonostante i giornalisti ci volessero far litigare per il posto in squadra».
Spinosi è, sicuramente, un giocatore che ha ricevuto, almeno nella Juventus, molto meno di quanto avrebbe meritato: iniziò la sua carriera come terzino, costituendo con Marchetti una coppia dura e grintosa. Marcatore solido, sempre concentrato, era dotato di un bagaglio tecnico non disprezzabile che gli consentì, anni dopo nella Roma, di giocare esterno in una difesa a zona a quattro: «Me la sono sempre cavata, come terzino, spingendomi spesso in avanti, grazie anche alla mia discreta tecnica. Ma ritengo di essere, soprattutto, uno stopper. Sarà per l’alta statura che mi favorisce negli inserimenti di testa, ma è certo che al centro dell’area sono a mio agio».
Il momento del decollo sembra arrivare nella stagione 1976-77: il Trap lo vuole stopper titolare da affiancare a Gaetano Scirea, ma dopo un paio di partite un altro infortunio lo mette fuori gioco. Entra Morini ed è un trionfo; l’esplosione di Cabrini poi (Cuccureddu e Gentile non si potevano discutere come marcatori) lo relega in panchina e all’epoca era panchina davvero; una sola sostituzione, oltre al portiere e cambi davvero con il contagocce. «Chiesi a Boniperti di andare via. Non avrei mai lasciato la Juve, ma avevo solo ventotto anni, mi sentivo giovane e avevo voglia di giocare. Restando a Torino avrei disputato pochissime partite e ne avrei sofferto tantissimo. Il presidente non mi voleva mandare via, ma vista la mia insistenza mi cedette alla Roma, come da mio desiderio».


MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” MAGGIO 1988
Ci fu un tempo in cui Juve e Roma andavano d’accordo. Non parlo di tempi lontani, ma del principio degli anni Settanta, quando la Roma era Romena (la citazione è testuale ed è tratta dai giornali dell’epoca) e non era ancora balzata ai vertici del calcio nazionale, diventando per un certo periodo, una delle antagoniste che negli ultimi quindici anni la sorte ha posto ciclicamente sulla strada sempre vincente della Juve “bonipertiana”.
Bianconeri e giallorossi, insomma, avevano ottimi rapporti, certamente migliori di quelli, burrascosi, del primo periodo degli anni Ottanta, quando la Juve era l’odiata nemica dei capitolini. Ma tant’è, tutto passa, i campioni se ne vanno dall’una e dall’altra parte e il dialogo poi riprende, corretto e signorile com’è sempre stato da parte juventina. E così, magari, in futuro torneremo a vedere giocatori giallorossi emigrare verso la Juve e viceversa, così com’è già accaduto con Boniek e accadde nel 1970 con Spinosi. Il Core de Roma, infatti, è stato con Capello e Landini uno degli esempi dell’interscambio Juve-Roma e certamente ha lasciato una traccia nella recente storia della Juventus.
Nato nella capitale, per la precisione nel popoloso e vivace Villaggio Breda, il 9 maggio del 1950, Spinosi comincia a giocare al calcio nella Tevere Roma. Prima le giovanili, poi l’esordio in Serie D e quindi a diciassette anni la Roma. Tre stagioni, ottime prove anche nella primavera giallorossa e nel 1970 ecco la Juve. Difensore roccioso ed eclettico, abile sui palloni alti, con una propensione alla marcatura ma anche alla propulsione, Ciano forma allora con il biondo Marchetti una coppia che i cronisti non esitano a definire la riedizione del duo interista Burgnich-Facchetti.
Ottime prove, una disciplina di fondo unita a un carattere gioviale, a una facilità innata allo scherzo, fanno ben volere Spinosi sia dai compagni sia dai tifosi. Gran fisico, faccia sorridente fuori dal campo e cattiva in partita, per il bravo Luciano arrivano gli scudetti 1972 e 1973 e le prime maglie azzurre (1971). Sembra un sogno destinato a continuare e nell’estate del 1974 c’è anche la soddisfazione dei Mondiali in Germania.
Spinosi parte titolare, ma naufraga con la squadra azzurra che esce al primo turno eliminatorio, rischiando anche contro i modesti giocatori di Haiti. Ed è proprio l’uomo affidato a Spinosi a segnare all’Italia l’unico goal haitiano, è un folletto, tale Sanon, che con uno scatto farà impallidire Luciano lasciandolo indietro di quei pochi (o tanti) metri sufficienti ad andare in rete.
Al ritorno dai Mondiali, persa la maglia azzurra, Spinosi trova una sorpresa: la Juve l’anno precedente si è assicurata Claudio Gentile. Gento parte riserva ma scalpita e, complice anche un grave infortunio alla testa del femore rimediato da Ciano a Genova contro la Sampdoria, presto si appropria della maglia del titolare. Da quei giorni Gentile diviene un inamovibile e Spinosi un panchinaro.
Luciano accetta la sorte, si impegna e ogni volta che verrà chiamato dall’allenatore cercherà di trovare spazio e gloria. Si reinventa stopper, libero, diventa, insomma, un jolly. Come tale vincerà ancora gli scudetti 1975, 1977 e 1978 e la Coppa Uefa 1978 (memorabile in quell’occasione una sua partita contro la punta del Manchester Channon e il secondo tempo del ritorno della finalissima a Bilbao).
Dopo la Juve il ritorno a Roma, nel 1978, con due Coppe Italia (1980 e 1981), quindi il Verona, il Milan e infine il Cesena, dove nel 1984, Spina chiude una carriera davvero luminosa. Diciannove le sue presenze azzurre, il debutto è del 1971, con tre gettoni nell’Under e sei nella giovanile.
Che dire in più di Spinosi? Che è stato un uomo capace di farsi apprezzare anche nei momenti più bui, che ha saputo lasciare in tutte le società in cui ha militato un ottimo ricordo. Chi scrive queste righe gli è stato amico ed ha passato splendide giornate con lui, apprezzandone quello spirito istintivo e incisivo che lo ha reso personaggio anche soltanto in occasione di una chiacchierata tra amici.
Oggi Spinosi allena la primavera della Roma, non è cambiato è ancora quel Core de Roma che seppe amare Torino e farsi amare anche dai tifosi della Juve.

2 commenti:

Tex Willer ha detto...

ricordo la vignetta del Guerin che ritraeva Boniperti alla guida di un ape e a cassone Capello, Spinosi e Landini con una rete di palloni ..
eheheh

Anonimo ha detto...

Mi ricordo che era un ottimo difensore, attento,elegante,prestante fisicamente,dotato anche di testa. Ma non disponeva del perfetto tempismo nel contrasto con l'attaccante e,quindi, dell'efficacia del grande difensore (come p.es. Scirea).

Non avendo neppure una grinta,energia, spregiudicatezza straordinarie, asfissianti,avvolgenti per marcare e bloccare l'avversario in ogni modo, qualità in grado di supplire alla predetta carenza di perfetto tempismo in modo da essere ,così,sempre efficace (vedi Gentile), si pone, a mio sommesso avviso, un gradino più sotto dei grandi difensori italiani.

Angelo Balzano