domenica 14 maggio 2017

ROMA - JUVENTUS


15 marzo 1931 – Campo Testaccio di Roma
ROMA–JUVENTUS 5-0
Roma: Masetti; De Micheli e Bodini II; Ferraris IV, Bernardini e D’Aquino; Costantino, Fasanelli, Volk, Lombardo e Chini. Allenatore: Burges.
Juventus: Combi; Rosetta e Caligaris; Barale, Varglien I e Vollono; Munerati, Cesarini, Vecchina, Ferrari e Orsi. Allenatore: Carcano.
Arbitro: Carraro di Padova.
Marcatori: Lombardo al 6’, Volk al 51’, Bernardini su rigore al 61’, Fasanelli al 78’, Bernardini al 88’.

Quello del 1930-31 fu il secondo campionato a girone unico e vide ai nastri di partenza, tra le altre, il Casale, vincitore assoluto della serie B e il Legnano che, il 28 settembre 1930 riuscì a battere il favorito Genova, nella partita d’esordio. A dettare legge fu, comunque, la Juventus che, in estate, ingaggiò dall’Alessandria l’allenatore Carlo Carcano e Giovanni Ferrari, completando un organico già fortissimo. La squadra bianconera infilò subito otto vittorie consecutive e staccò nettamente il Bologna, il Napoli e quella che si rivelò la vera inseguitrice del campionato, la Roma del capocannoniere istriano Volk e del Dottor Fuffo Bernardini, grandissimo fuoriclasse (tanto che Vittorio Pozzo non lo convocò per i Mondiali del 1934, perché troppo bravo) e altrettanto grandissimo allenatore, capace di vincere due scudetti storici con il Bologna («Così si gioca solamente in Paradiso», disse Bernardini al termine di una squillante vittoria) e la Fiorentina (capace di dare 9-11 alla Nazionale).
Il 15 marzo 1931, un mese e mezzo dopo la conquista da parte della Juventus del titolo di Campione d’Inverno, i giallorossi battono i rivali bianconeri con un clamoroso 5-0, dando il via a un testa a testa che si risolverà in favore dei bianconeri il 28 giugno: sconfiggendo i campioni uscenti dell’Ambrosiana, la Juventus si laurea matematicamente Campione d’Italia per la terza volta, il primo dei cinque scudetti consecutivi. Dopo una serrata lotta conclusa solamente all’ultima giornata, retrocedono in Serie B il Legnano e il Livorno, mentre si salva per un punto il Casale.
Torniamo a quel famoso 5-0. Come abbiamo visto la Roma e la Juventus si trovano in testa alla classifica; il pubblico occupa tutti i posti dello stadio in legno, si contano circa 30.000 spettatori. È la prima volta che la Capitale ha una squadra che è in lotta per lo scudetto; lo spettacolo offerto dal pubblico è grandioso. La partita viene ripresa da una troupe cinematografica per registrare alcune scene che serviranno alla produzione di un film dal titolo “Cinque a zero”, prodotto da Mario Bonnard. La storia racconta che il presidente di una squadra di calcio è preoccupato per il capitano della formazione, che si è innamorato di una cantante del varietà, cosa complicata dalle proteste della moglie, assolutamente contraria al gioco della squadra. Il finale vedrà una generale riconciliazione e la conversione della presidentessa, che diventerà una delle maggiori tifose. Primo film italiano sul mondo del calcio, infelice come quasi tutti i film del genere. I battibecchi coniugali del siculo Angelo Musco e il varietà hanno più importanza del gioco. Fu Osvaldo Valenti a interpretare la parte del centravanti, in mezzo a veri giocatori come Masetti, Ferraris IV, Bernardini, Volk e ad altri calciatori della Roma.


VITTORIO POZZO, “STAMPA SERA”
L’incontro di ritorno fra la Roma e la Juventus farà epoca nella storia del calcio italiano e per il risultato e per l’andamento del gioco e per il tono generale eccitato della giornata. Si pensi. La Juventus, squadra di testa del campionato e compagine dominatrice del momento, battuta per 5-0, battuta per un punteggio che ha in sé del gigantesco, data la situazione. Un andamento di gioco che vide i torinesi comportarsi tecnicamente male e i romani contenersi, sempre in linea tecnica, non gran che meglio. Un ambiente fra i più nervosi: fuori del campo urla, incitamenti, un piccolo pandemonio, e sul campo, una battaglia invece di una gara, una faraggine di azioni rotte, spezzettate, individuali, spesso violente, un giocatore ferito, tre altri espulsi, e una quantità di piccoli e grandi incidenti antipatici e antisportivi. Complessivamente una brutta giornata di sport, o una giornata di brutto sport che dir si voglia.
Cominciamo da uno degli aspetti più miseri della giornata, quello tecnico, e mettiamo subito a posto la constatazione che la Roma vinse meritando pienamente di vincere. Non v’è alcun dubbio al riguardo: i romani furono i migliori in slancio, in coraggio, in impegno, in velocità. Con la palla alla stessa, distanza fra un giallorosso e un bianconero, otto volte su dieci la vittoria spettava al giallorosso: scatto più pronto, movenze più feline, decisione più energica. Non solo, ma anche in fatto di impostazione di gioco, se di essa si può parlare nel gran caos di ieri, i romani furono superiori ai loro avversari. La Roma aprì le ostilità nello stile che si addiceva alla giornata, mostrandosi, cioè, chiusa ed energica in difesa, sfoggiando una gran mobilità e un grande impegno nella linea mediana, e poggiando le avanzate essenzialmente sulle ali. Dunque, ripetiamo, superiorità complessiva e indiscussa della squadra vincitrice Sulla squadra battuta. Sempre dal punto di vista tecnico, la sorpresa della giornata (se di sorprese è ancora lecito parlare nel gioco, dato il mutevole aspetto delle situazioni a cui esso dà luogo) fu fornita dal comportamento della Juventus. L’ombra, diremmo quasi l’opposto, di quanto fu dato i vedere domenica scorsa contro la Pro Vercelli a Torino. Incertezza e sconclusione in difesa, illogica, condotta tattica all’attacco. In difesa, confusione e cattiva interpretazione della ripartizione dei compiti, proprio in quei punti in cui l’avversario portava, come era logico, le sue offensive: sulle ali cioè. Vollono non tenne mai a freno Costantino, e non riuscì mai a bloccare la mezz’ala, e Barale non fermò Chini né fu di grande impaccio a Lombardo.
In quanto all’attacco, la giornata necessitava, esigeva anzi, un gioco appoggiato tutto sulle ali, svolto tutto senza indugi sulla palla, condotto tutto a terra. E viceversa gli attaccanti juventini iniziarono l’incontro e lo condussero quasi fino al termine tenendo a lungo la palla, soffermandosi in finezze, giocando stretti, ricorrendo a piccole parabole, a movimenti a mezza altezza con una frequenza che faceva aprire gli occhi per la sorpresa, data l’intelligenza dei giocatori che vi ricorrevano. Con un avversario tutto energia e tutto fuoco, il giuoco lento minuto e alto voleva dire perdere la lotta sul terreno più favorevole all’avversario. E non giuocare sulle ali significava condannarsi alla sterilità. Era, una delle ali, la sinistra, marcata e tartassata fino all’immobilità quasi assoluta, non riceveva lavoro se non da passaggi brevi effettuati da vicino (allo sfruttamento dell’elemento “improvviso” non si ricorse mai per essa) e l’altra ala, la destra, toccò il suo primo pallone quando già i bianconeri si trovavano ad avere incassato il loro primo punto della giornata.
La Juventus avrà tutte le attenuanti che le si vogliono concedere per l’impressionante insuccesso di Roma, ma deve lealmente e onestamene riconoscere che impostò il suo giuoco in modo contrario a quelle che erano le esigenze della situazione o che per lo meno a questa errata postazione di giuoco essa si lasciò trascinare dalle circostanze. A danno dei torinesi e a favore dei romani stavano circostanze di altro tipo, poiché di circostanze stiamo parlando. La Juventus giungeva fresca fresca da una magnifica e convincente prova tecnica. Chi vince una gara, nel calcio, ha la tendenza logica e umana di presentarsi in campo nell’incontro seguente con la convinzione di superiorità e di vittoria. Ed ecco i bianconeri voler fare dell’accademia in quella che le circostanze mostrarono essere rovente atmosfera di battaglia. La Roma viceversa arrivava furente da un insuccesso riportato su campo avversario che era stato un’autentica staffilata al suo amor proprio. Chi perde, si rimbocca le maniche e chiede rivincita. Ed ecco i giallorossi comportarsi davanti al loro pubblico come se dall’esito della partita contro la Juventus avesse dovuto dipendere della loro vita.
Ogni partita persa malamente provoca una reazione che non manca di aver risultato nella successiva competizione. Il bersaglio che viene colpito da questa reazione non è sempre il medesimo che la reazione stessa determinò. L’incontro di andata nell’attuale campionato fra Roma-Napoli diede luogo all’insuccesso e agli incidenti dell’incontro di ritorno di Napoli tra la Roma stessa e il Napoli. Di ritorno da Napoli, chi la pagò fu la Juventus che proprio nulla ne poteva in questa contesa centro-meridionale. Il gioco, disputato esclusivamente per il risultato, ammazza la tecnica. Quando il fine soverchia come importanza il mezzo, tutto l’edificio della finezza, della tecnica e dell’azione tattica è posto in pericolo se non va decisamente a catafascio. Tutto quell’edificio per cui lavorano dirigenti, allenatori e giocatori, si scombussola e trema fino alle fondamenta. Ieri si comprese subito, al momento in cui le squadre presero il campo, che i giocatori non erano nello stato d’animo e nelle condizioni di spirito più favorevoli per dare all’incontro un tono né sereno né scrupoloso. Estrema decisione da parte dei romani, decisione che travolse nettamente l’avversario; nervosismo da parte dei torinesi che portò al collasso morale al momento in cui la dura e poco simpatica realtà delle cose si profilò in tutta la sua realtà.
Caligaris fu ieri l’uomo che impersonò questo collasso. L’andamento del gioco, l’insuccesso, il modo in cui venne segnato il secondo punto dai romani, i diversi incidenti, l’espulsione di cui fu vittima, lo colpirono come una vera e propria mazzata. Caligaris è un gladiatore che si risolleverà; il modo con cui ricevette e risentì il duro colpo di ieri mostra l’uomo di coscienza. E più di un uomo dovrà riprendersi e risollevarsi, facendo un vigoroso sforzo su se stesso, specialmente dal punto di vista morale e sportivo, dopo quanto è successo ieri. Le due o tre scenatacce avvenute in mezzo al campo non hanno fatto bene né allo sport né a nessuno, come concordemente ammettevano Bernardini e Combi, gli uomini che dall’una e dall’altra parte seppero, nella confusione e nella zuffa, conservare una line di dignità, di calma e di compostezza.
E su questo incontro si è detto quanto riassuntivamente e genericamente è dato di dire quando si è ricordato che il primo punto fu dovuto a un pronto intervento di Lombardo mentre due difensori torinesi marcavano Volk; che il secondo fu conseguenza del permesso di centrare concesso da Caligaris a Costantino a seguito di un malinteso provocato da una decisione dell’arbitro per un incidente di gioco dopo un’energica marcata di Ferraris su Orsi; che il terzo fu una conseguenza di un calcio di rigore tirato da Bernardini a seguito di un fallo di mano apertamente commesso da Vollono; che il quarto fu conseguenza di un netto errore di Caligaris che nel tentativo di passare indietro a Combi sbagliò nettamente la palla; e che il quinto infine venne segnato da Bernardini, mentre Combi si trovava coperto da un piccolo groviglio di uomini creatosi nella sua area di rigore, mentre metà dei giocatori rimasta in campo giocava e l’altra metà discuteva.

1 commento:

Giuliano ha detto...

due film dove il calcio è ben rappresentato (ma difficili da vedere): "Prima del calcio di rigore" di Wim Wenders, da Peter Handke (1971), che però al calcio in sè dedica solo la prima e l'ultima sequenza (il film parla di tutt'altro, ma il protagonista è un portiere) e "Il primo ragazzo" di Sergej Paradzhanov, del 1958, dove c'è una partita di calcio al centro della storia: è una storia comica, da commedia, ma il calcio è reso molto meglio di quanto si vede di solito.

Per il resto, il cricket e il football americano sono molto più adatti al cinema: lì si può far finta!