domenica 23 luglio 2017

Alessio TACCHINARDI


Un grande fra i grandi protagonisti bianconeri, con 404 presenze, quindici reti e ben quindici trofei conquistati. Nato a Crema il 23 luglio 1975, non ci mette tanto a fare le sue scelte: la Juventus e Platini. D’altra parte in quei tempi (fine anni Settanta, primi Ottanta) la scelta era obbligata: c’era una squadra che vinceva e dettava legge e c’era un campione che parlava con la “R” moscia, dava spettacolo e incantava, oltre a risultare spietatamente decisivo. «Quando avevo dodici o tredici anni, mio padre mi portò a Torino per vedere per la prima volta dal vivo la mia squadra preferita. Era un Juventus-Sampdoria, ricordo ancora l’emozione per la cornice di folla del Comunale e per il fatto di poter vedere giocare dal vivo i miei idoli. Fu una bellissima partita, decisa da uno straordinario goal di Platini. Cosa potevo pretendere di più?».
La carriera di Alessio Tacchinardi prende la via di Bergamo, dopo che il fratello Massimiliano, difensore di ruolo di qualche anno più grande di lui, aveva trovato fiducia nelle giovanili dell’Inter. Impostato fin da giovanissimo come centrocampista, negli Allievi dell’Atalanta è utilizzato stabilmente come tornante. Vista la sua personalità, il senso della posizione, l’autorità e la perentorietà del lancio, Prandelli decide di provarlo come regista. L’esperimento riesce perfettamente e il giovanissimo Alessio diventa protagonista assoluto dell’irripetibile stagione 1993, che porta la squadra orobica a dominare la scena giovanile vincendo il Torneo di Viareggio e il campionato Primavera.
La Juventus lo opziona lo stesso anno. Un litigio fra i dirigenti dell’Atalanta e il nuovo corso juventino (le due società erano d’accordo per lasciarlo un’altra stagione a Bergamo a maturare con Mondonico, quando le richieste esorbitanti per definire le posizioni di Morfeo e Locatelli interruppero bruscamente il dialogo e incrinarono i rapporti fra i due club, tradizionalmente amici) fanno sì che Alessio arrivi a Torino con un anno di anticipo.
Alla Juventus, Tacchinardi trova davanti a sé due centrocampisti di consolidata fama internazionale come Paulo Sousa e Deschamps. Ma è il portoghese, indubbiamente, l’uomo a cui somiglia di più. «Avere davanti a me Paulo Sousa è molto importante – diceva Tacchinardi durante il ritiro di Buochs – perché gioca come piace a me. Da lui potrò imparare molto e crescere ulteriormente».
Il portoghese è anch’egli molto accattivante nei suoi giudizi: «Tacchinardi ha già grandi qualità: il suo senso della posizione e la rapidità nell’impostare sono già buone. A mio avviso dovrebbe rischiare un tantino di più il lancio lungo: piedi e intelligenza non gli fanno certo difetto».
«Ha già una notevole maturità – sono le parole Didier Deschamps dopo le prime partitelle – deve solo migliorare nel recupero della palla: una qualità che cresce insieme con la maturazione fisica».
La Juventus gioca a zona e Lippi decide di schierarlo nel ruolo di difensore centrale; una soluzione azzeccata, poiché gli permette di compiere grandi passi. La convocazione nell’Under 18 gli spalanca cieli azzurri. Sergio Vatta, il tecnico che lo ha lanciato in Nazionale, dice: «Alessio è fra i migliori giocatori che ho avuto. Possiede una straordinaria visione di gioco e sa intuire con molto anticipo come si muoveranno i compagni». Quasi scontata la promozione in Nazionale A. Gioca la prima gara come difensore, accanto a Ferrara e Costacurta, il 6 settembre 1995 a Udine contro la Slovenia. In bianconero l’occasione giusta arriva nel 1995 a Parma, finale di Coppa Italia: Lippi lo piazza in difesa e lui gioca una delle più brillanti partite della carriera. Dopo l’exploit di ventiquattro presenze, soffre una crisi di identità di ruolo: libero o centrocampista? Il dubbio viene sciolto dal campo nel 1997: da quel momento in poi, in Italia e in Europa, applaudiranno un grande centrocampista dotato anche di una gran fucilata da fuori area. Dopo Lippi, Carletto Ancelotti ne fa uno dei protagonisti dei suoi quasi due scudetti. Quando Umberto Agnelli scarica il tecnico emiliano per restituire la panchina a Lippi, Tacchinardi regala a Carletto un goal di rara bellezza contro l’Atalanta, ultima gara di un campionato sfortunato, il 2000-01.
Ritorna Lippi e, per Alessio, sono altri anni di grandi trionfi; due scudetti, due Supercoppe Italiane e una finale di Champions League persa contro il Milan. È il turno di Capello; con Don Fabio, Tacchinardi conosce più la panchina che il campo, ma riesce a conquistare un nuovo tricolore, il sesto della sua eccezionale carriera. Nell’estate del 2005, Alessio abbandona la Juventus e si accasa in Spagna, nel Villareal; nonostante non sia una squadra formata da grandi campioni, Tacchinardi riesce a trasferirne tutta la sua esperienza fino a portarla alla semifinale di Champions League, eliminati dall’Arsenal, con grande rimpianto per un calcio di rigore fallito, nel finale della partita di ritorno, dall’argentino Riquelme.
«Dopo l’arrivo di Capello mi sono sentito ai margini della squadra. Così, quando è arrivata la proposta del Villareal, l’ho accettata. In Spagna ci sono meno tensioni e pressioni. Lì se provi la giocata e non ti riesce, non ti fischiano. Diciamo che in Spagna, come in altri paesi, c’è più cultura sportiva. Quando abbiamo eliminato l’Inter dalla Champions, ho provato una grandissima gioia!».


MAURIZIO SARRICA, “CALCIO GP” MARZO 2011
È sempre stato juventino dentro, Alessio Tacchinardi, fin dalla nascita. Colori che scorrono più forti che mai, continuamente, nelle sue vene perché: «Mi sono sentito sempre uno della Curva, ho gioito, sofferto e lo faccio ancora con loro, i miei tifosi». Giocava accanto a gente del calibro di Zidane, Davids, Deschamps, ma non si faceva mai intimorire dal blasone altrui anzi era il primo a lottare, la sua grinta non aveva eguali, rubava palloni e subito impostava, da vero e proprio leader. Ha passato lunga vita alla corte della sua dama, donandole tutti gli ornamenti più belli, tutto quello che c’era da conquistare. L’unico suo rimpianto è stato quello: «Di non aver chiuso la carriera nella mia squadra del cuore, ci tenevo tanto, ma se poi mi dicono che dovevo fare la riserva a Tiago e Almirón…». Parole di amore, di rabbia, tristezza. Frasi da juventino vero. Concetti e pensieri che emergono ancora oggi, tanto che Alessio in esclusiva a “GP” parla di disastro, confusione ed errori imperdonabili per spiegare quello che sta succedendo alla Vecchia Signora e invita a trovare la possibile soluzione alla crisi coniando il seguente motto: «Dare la Juventus agli juventini, dal settore giovanile alla prima squadra».
Non ti prendevi quasi mai le luci della ribalta, eppure sei sempre stato uno dei primi a essere acclamato dai tifosi. Perché? «Avevo un grandissimo attaccamento alla maglia. Finita la partita, sia dopo una vittoria che una sconfitta, andavo sempre sotto la Curva, a ringraziare la mia gente. Loro ti sostengono sempre se dai l’anima in campo, sanno che ci sta se qualche volta non vinci, ma devi sputare sangue per questi colori, la maglia bianconera pesa tantissimo, non tutti lo sanno».
Ricordi una vittoria particolare, una di quelle capaci di lasciare il segno, fondamentali per dare il via al vostro ciclo vincente? «Mi viene subito in mente la vittoria in rimonta, dallo 0-2 al 3-2, contro la Fiorentina. Quello è stato uno spartiacque importante per il nostro futuro vincente. Dieci giorni fa, poi, ho visto anche un’altra partita che ha fatto la storia, Milan-Juventus 1-6.  Che nostalgia ragazzi, che squadra».
Che nostalgia canaglia di Luciano Moggi si direbbe in questi casi. «Beh, che dire. Stiamo parlando del migliore direttore sportivo di tutti i tempi. Normale che tutti lo rimpiangano. Ma non solo lui, anche uno come Giraudo manca a questa società. Il Direttore sapeva mantenere tutti sulla stessa lunghezza d’onda, andava d’accordo con tutti, Birindelli, Pessotto, Davids. Riusciva a comprendere e a capire i caratteri di tutti. Ricordo, ad esempio, che, quando all’età di ventiquattro-ventisei anni non trovavo molto spazio tra i titolari e manifestavo la voglia di andarmene, la sera mi portava a cena e riusciva sempre a calmarmi, da grande psicologo. Perché lui era anche quello, insomma un punto di riferimento. Non aveva soldi per fare il mercato, ma lo sapeva fare. Noi avevamo in panchina un certo Michele Padovano che quando entrava spaccava le partite, Birindelli, Pessotto, Zalayeta. Con questi giocatori abbiamo sbancato il Camp Nou».
E poi dicono che ai tempi della Triade si vinceva perché si era aiutati dagli arbitri. «Non scherziamo. Possono dire quello che vogliono, la Juve è sempre stata la più forte. Quando l’Inter veniva a Torino giocava da provinciale, pensava solo a difendersi. L’ho battuta anche quando ero al Villareal e da favorita si comportava sempre allo stesso modo. Voglio lanciare una provocazione. Se i dirigenti della Juve nel 2006 avessero detto che la squadra sarebbe ripartita dall’Interregionale, volevo vedere se poi non ci facevano rimanere in A con una penalizzazione ma con gli scudetti al suo posto. Lo sbaglio è stato fatto all’inizio, la rinuncia a ricorrere al TAR. È stato come ammettere le proprie colpe».
Il tuo nome fa parte delle cinquanta stelle del firmamento, dei giocatori che hanno fatto la storia di questa gloriosa società, che dalla prossima stagione rimarranno scolpite per sempre nella nuova casa bianconera. «Prima di tutto voglio ringraziare di cuore tutti i tifosi juventini per questo riconoscimento. Non vedo l’ora di riabbracciarli, sono unici. È il coronamento di tanti anni spesi dando tutto, anima e cuore per questa società. Il mio desiderio è quello di vedere ancora oggi tanti miei ex compagni al servizio della Juventus, a partire già dalle giovanili. Sarebbe il giusto riconoscimento per quello che abbiamo fatto».


ALESSANDRO BARETTI, TUTTOSPORT.COM 12 APRILE 2014
Davanti ha solo Alessandro Del Piero. Alessio Tacchinardi è il secondo calciatore nella storia bianconera per presenza nelle competizioni internazionali (93 per il mediano, 130 per l’attaccante). Da sempre tifoso della squadra con cui ha giocato dal 1994 al 2005, il centrocampista con la Juve ha vinto anche la Champions League, nel 1995-96. Tacchinardi, definisca lo juventinismo? «Una cosa che prende i tifosi, la squadra e la società e li rende un blocco unito contro tutto e tutti. E che si esprime nella voglia di vincere sempre, di essere i più forti sapendo di ricevere in cambio odio da ogni altro elemento esterno al mondo Juve. Un odio che nutre la fame di vittorie, e che rende i nostri successi ancora più belli. Conte ha perfettamente ragione: da una parte ci sono gli juventini, dall’altra tutto il resto. Prima di diventare un calciatore bianconero ero un semplice tifoso, all’interno dello spogliatoio ho capito meglio il senso della Juve. All’inizio non capivo le facce dei compagni quando si pareggiava, mi dicevo che in fondo avevamo fatto un punto. Poi ho capito che se giochi nella Juve, il pareggio equivale a una sconfitta. Conta unicamente il successo, esattamente come dice Boniperti».
E l’anti-juventinismo cos’è? «La critica costante. L’invidia verso il più forte. Quando le altre squadre cambieranno mentalità, potranno risolvere il senso di inferiorità rispetto alla Juventus. Smettendo di pensare che vinciamo grazie a presunti aiuti. Semmai i trionfi arrivano perché ogni componente è perfetta. Città compresa. A Torino, quando esci e vai al ristorante, la gente non viene a salutarti, ti lascia vivere. Questo, per un professionista, è molto importante. Decisivo, poi, è il fatto che la società sia tornata in mano a un Agnelli. Con la gestione Cobolli Gigli-Blanc l’identità bianconera si stava perdendo».
Amato dal popolo bianconero, inviso agli altri: quale sentimento è prevalso? «Il secondo. Anche perché giocavo in una Juve di calciatori che in campo non guardavano in faccia nessuno: Conte, il sottoscritto, Davids e Montero, per dirne alcuni. Tra gli avversari, ci facevamo pochi amici. Ma abbiamo vinto tanto».
Un episodio di chiaro anti-juventinismo? «L’anno scorso sono stato a un passo dall’allenare una squadra giovanile di una società importante. Sono stato bocciato perché bianconero. E ne vado fiero».

1 commento:

Giuliano ha detto...

Un gran bel giocatore, però ricordandolo agli inizi di carriera pensavo che avrebbe fatto meglio. Comunque, mi è dispiaciuto molto quando è andato via.
PS: Mai capito quelli che contestavano Ancelotti. I suoi scudetti sono scudetti veri, quindi il totale vero è 31 scudetti (il 29 soliti più i due di Ancelotti, totale 31: si sa da sempre che se una squadra schiera un giocatore in posizione irregolare gli viene data partita persa)