domenica 19 novembre 2017

SAMPDORIA - JUVENTUS


22 maggio 1977 – Stadio Ferraris di Genova
SAMPDORIA–JUVENTUS 0–2
Juventus: Zoff; Cuccureddu e Gentile; Furino, Morini (dal 76’ Cabrini) e Scirea; Causio, Tardelli, Boninsegna, Benetti e Bettega. In panchina: Alessandrelli e Gori. Allenatore: Trapattoni.
Sampdoria: Cacciatori: Callioni e Valente; Bedin, Ferroni e Lippi; Saltutti, Orlandi (dal 63’ Chiorri), Bresciani, Savoldi e Tuttino. In panchina: Di Vincenzo e Arecco. Allenatore: Bersellini.
Arbitro: Lattanzi di Roma.
Marcatori: Bettega al 61’, Boninsegna all’84’.

“HURRÀ JUVENTUS”
Allo Stadio Luigi Ferraris di Genova scende in campo la Juventus che tre giorni prima, a Bilbao, ha scritto una pagina di storia vincendo la sua prima coppa europea, la Uefa. Non solo: il ritorno dalla città basca è stato avventuroso, rendendo ancora più difficile il recupero fisico e psicologico dei bianconeri. Sampdoria–Juventus è partita di vitale importanza, ultimo atto di una stagione ineguagliabile e incredibile. La Juventus si trova in testa alla classifica a quota quarantanove, il Torino campione in carica la segue a quarantotto. Le altre sono lontanissime. Un campionato senza precedenti e che non avrà più eguali. Ma non c’è solo la Juventus, La Sampdoria è il peggior avversario possibile per la squadra del Trap: in caso di vittoria i blucerchiati possono ancora raggiungere la salvezza, ai danni del Milan, sempre che i rossoneri non facciano altrettanto sul campo del Cesena. Insomma, è una di quelle domeniche vietate a chi soffre di cuore.
Ci sono 54.000 spettatori, tanti quanti ne può contenere il vecchio catino genovese: e l’incasso è record assoluto per Genova. Il piano tattico prevede, nella Samp, Lippi libero, Ferroni su Bonimba, Callioni su Bettega e Valente su Causio. Nella Juventus, Scirea è il libero, Cuccureddu su Saltutti, Morini su Bresciani, Gentile su Orlando. A metà campo, i duelli sono Bedin–Benetti, Furino–Savoldi, Tuttino–Tardelli.
La Juventus comincia con grande determinazione; come a voler chiudere subito la partita. Al 1’ Bettega, su cross di Tardelli, fallisce di poco il bersaglio. La Samp replica con Valente e Tuttino, mentre Lippi imperversa in chiusura e in fase di impostazione. Al 10’ è proprio il futuro tecnico juventino a presentarsi al tiro, con un gran rasoterra che costringe Zoff a una impegnativa parata. 15’: Saltutti in contropiede lancia Bresciani; che controlla bene ma sbaglia da due passi, con Zoff già fuori dei pali. Replica prontissima dei bianconeri al 17’: Benetti serve Boninsegna che si libera di Ferroni e scarica un gran destro, su cui Cacciatori respinge di piede. Non c’è un attimo di sosta. Furino e Benetti sono a tratti incontenibili. Furino sembra un indemoniato, tant’è grande la sua voglia di vincere. Ma i blucerchiati hanno motivazioni altrettanto valide per far loro il risultato. Al 32’ si infortuna Morini e la Juventus deve modificare l’assetto tattico. Gentile va a fare lo stopper, mentre il giovane Cabrini prende in consegna la fascia sinistra, occupandosi di Orlandi. È il momento più difficile per il sodalizio bianconero, che deve far fronte ai doriani scatenati. Cross di Savoldi, Saltutti e Bresciani si gettano sulla palla e si ostacolano, occasione persa. 35’, tiro di Savoldi e Gentile deve salvarsi in corner. 40’ Ferroni e Tuttino avanzano in tandem, Savoldi raccoglie e spara a lato da ottima posizione. Valente e Tuttino, ancora loro, imperversano e per due volte in un minuto Scirea deve spazzare in angolo alla disperata. Ma anche la Juventus è in partita, sia pure un po’ scossa dall’arrembare dei rivali. Prima del riposo, Bonimba dà a Bettega, che smarca Causio. Saetta del Barone e nuovo salvataggio di Cacciatori.
Ripresa. I bianconeri sentono che il Toro vince e spezzano ogni ulteriore indugio: la loro è un’azione travolgente e inattesa nella sua freschezza, visto che le tossine di Bilbao dovrebbero farsi sentire. Al 2’ Causio ubriaca due avversari con il suo dribbling e si presenta liberissimo alla battuta. Il terreno gibboso gli gioca un brutto scherzo e il tiro diventa una specie di passaggio al portiere. Scirea lascia la propria area e diventa ala destra; due sue avanzate seminano il panico nella difesa blucerchiata. I ragazzi di Bersellini si fanno pericolosi in contropiede. Al 5’, Valente fugge e crossa; Bresciani conclude al volo, ma troppo alto. Al 10’ la Vecchia Signora è nuovamente arrembante: gran punizione di Cuccureddu, Lippi respinge sulla linea a portiere battuto, ribatte Tardelli a colpo sicuro, ma Lippi è ancora lì a salvare in corner. Prodigioso.
Serie di corner, si gioca in un fazzoletto. Causio al 14’ cava dal cilindro un braccio a effetto, sembra goal, ma Cacciatori ci arriva. Il goal bianconero è maturo: 15’, Tardelli dal limite stanga in diagonale, una via di mezzo tra un tiro e un cross, per Bettega è un assist perfetto, si avventa e di tacco spiazza difensori e portiere. 1–0. Il più è fatto. I giocatori del Trap galleggiano sull’entusiasmo di uno stadio che di colpo è tutto bianconero, palo di Tardelli, ancora palo di Benetti al 26’. Al 38’ cala il sipario, definitivamente, su partita e campionato: Causio a Bettega che scatta sul filo del fuorigioco, supera Callioni e serve Boninsegna all’altezza del disco del rigore. Bonimba non perdona: 2–0 e proteste furibonde dei doriani. Ma il guardalinee, appostato a due passi dall’azione, non vede nessuna irregolarità: Genova, Torino, l’Italia intera, impazza per il 17° scudetto della Signora, ancor più goduto, perché sottratto ai cugini granata.
Grande Juventus e apoteosi finale. La Sampdoria ha dato tutto, ma contro la storia non si va. Lippi migliore dei suoi ricorderà per secoli questa partita, ne siamo certi. Ma intanto, mestamente, i doriani sono in B.

“STAMPASERA”
Giovanni Trapattoni ha lasciato per ultimo il campo di Marassi, mentre attorno folleggiava la festa popolare dei tifosi bianconeri. Fosse dipeso da lui si sarebbe seduto sull’erba, avrebbe chiesto lo stadio vuoto e si sarebbe messo a piangere per la gioia. È il tipo. Ma non ha avuto tempo, né la possibilità per farlo. Quando si è accorto che stava per essere travolto da quella marea di bandiere bianconere s’è messo a correre e protetto dalla forza pubblica s’è tuffato negli spogliatoi. Chiusa la porta alle sue spalle ha abbracciato i giocatori, a uno a uno e ha detto loro: «Grazie, siete stati magnifici». Due grandi emozioni nello spazio di quattro giorni, Coppa Uefa e scudetto, un trionfo al suo esordio sulla panchina bianconera. Stringe mani, riceve abbracci, lampi dei fotografi sul viso, lo tirano per giacca, per la cravatta. Appena si affaccia nello strettissimo corridoio degli spogliatoi di Marassi viene letteralmente aggredito. Non c’è bisogno di chiedergli tante cose, sono momenti questi in cui uno sfoga un anno di lavoro, di tensione. Di paure, di felicità, insomma un anno indimenticabile. «Ecco – dice – come prima cosa vorrei poter scappare per una settimana, nascondermi e gustare fino in fondo la felicità per questo successo. Passeranno degli anni, credo, prima che un’altra squadra riesca a fare quello che è riuscito alla Juventus in questa stagione. Coppa Uefa, campionato con cinquantun punti su trenta partite, più sei in media inglese, primi qui, primi là, il Torino non deve sentirsi disonorato se è arrivato secondo dietro a noi. Abbiamo stabilito un record che non so quando verrà battuto. Il merito è dei ragazzi. Oggi ho chiesto loro l’ultimo sacrificio l’ultimo sforzo. È stata dura, erano stanchi dopo la battaglia di Bilbao e una stagione così intensa, ma ce l’abbiamo fatta anche questa volta». Riprende fiato e aggiunge: «La Sampdoria ci ha reso la vita difficile nel primo tempo. Quando siamo rientrati negli spogliatoi per l’intervallo abbiamo saputo che il Torino vinceva 3–1. Ho detto ai ragazzi: calma, giochiamo, stringiamo i denti, dobbiamo farcela. Siamo arrivati fin qui, non possiamo fermarci proprio sotto il traguardo. Quando Bettega ha segnato ho capito che ce l’avevamo fatta». E quando ha capito, gli chiediamo, che la Juventus quest’anno aveva lo scudetto in tasca? «Dopo la partita di San Siro. Era un ostacolo difficile da superare quello, ci aspettavano al varco. Vinto contro l’Inter, la strada non poteva che essere in discesa, anche se c’era di mezzo il Bilbao e il Torino naturalmente. Dedico questo scudetto alla squadra, alla serietà di questi ragazzi che per mesi e mesi hanno saputo lavorare bene e sacrificarsi. Questo è un titolo meritato, io come calciatore ho vinto un campionato, una coppa, ma felice come oggi non lo sono mai stato».
Da un protagonista all’altro, dalla mente al braccio. Il “braccio” di questo scudetto è stato indiscutibilmente Roberto Bettega che ha concluso degnamente la sua miglior stagione da quando gioca al calcio. I suoi goal, il suo modo di giocare sono stati determinanti per tanti successi, in particolare gli ultimi. Roberto è l’ultimo a rivestirsi, un po’ perché deve sottoporsi al controllo antidoping, un po’ perché vuole gustarsi fino in fondo questo trionfo. Ha segnato con un colpo di tacco il goal scudetto, quasi simile a quello che lo ha reso celebre anni fa sul campo di San Siro contro il Milan. «Sono passati sei anni – ricorda – da quel colpo di tacco. Era prima della malattia. Avevo poco più di vent’anni e giocavo in modo diverso». E poi ricorda: «Quest’anno ho fatto diciassette goal, un numero che porta fortuna, come quello del nostro scudetto. Abbiamo sofferto molto in quattro giorni per raggiungere i due traguardi che ci eravamo prefissi. Credo che in questi quattro giorni io sono invecchiato di due anni. Però abbiamo meritato tutto. Arrivare alla fine di una simile stagione vincendo coppa e campionato, senza mai un attimo di tregua, vuol dire che anche la nostra squadra, non soltanto i tori di razza, è dotata di determinate ghiandole». Anche Roberto ha voglia di parlare, di sfogarsi, di dire, di prendersi certe rivincite. Aggiunge: «Abbiamo battuto una grande squadra, il Torino, ma rispetto al Torino i nostri meriti sono maggiori perché abbiamo disputato venti partite in più, abbiamo accumulato una maggior dose di fatica, abbiamo tenuto un ritmo impressionante dal principio alla fine. Credo che facendo la somma dei risultati ottenuti quest’anno, la Juventus risulti senz’altro la più forte squadra europea». Forse questa per lei è stata la più bella stagione da quando gioca. «Credo proprio di sì. Diciassette goal in campionato, cinque in coppa. La scorsa estate non credevo che sarei riuscito a fare tanto. Dedico questo trionfo ai nostri tifosi, ai nostri dirigenti, ma anche alle nostre famiglie perché quest’anno hanno dovuto sottoporsi a molti sacrifici, come noi. E vorrei sottolineare i meriti di Trapattoni un uomo che ci ha sempre saputo mantenere su una straordinaria condizione psicofisica. E adesso ho la gola secca, un po’ mi sono sfogato, lasciatemi correre negli spogliatoi a bere un bicchiere d’acqua».
L’ultima sofferenza stagionale, Giampiero Boniperti, la consuma a Marassi. E a Marassi, nel pomeriggio dei trionfi e dello scudetto numero diciassette, Giampiero si mantiene fedele al suo cliché di uomo dalle mille apprensioni, dalle cento ansie, da indicibili afflizioni. A dieci minuti dal termine della partita, mentre la Juventus porta avanti le sue operazioni con tranquillità assoluta vivendo sul goal di Bettega che vale un’ipoteca, Giampiero ha come un sussulto, spegne nervosamente l’ennesima sigaretta, si aggrappa alla giacca dell’amico di ogni domenica Marco Perardi e imbocca l’uscita dello stadio. I figli Giampaolo e Alessandro lo abbracciano e lo baciano; Boniperti accenna appena a un sorriso. Percorriamo insieme con lui quasi l’intero perimetro di Marassi, dall’esterno. Il transistor e l’urlo bianconero della folla lo confortano, quasi lo sorreggono. Dopo cinque minuti per lui interminabili, sempre sulle orme del presidente juventino, entriamo di nuovo a Marassi dalla porta secondaria dove accedono solitamente i giocatori. Più intenso dei precedenti, più rabbioso vorremmo dire, l’urlo della folla esplode nuovamente e si propaga ovunque. «Ha segnato Boninsegna», grida un tifoso. Il contagio è generale. La notizia arriva a Boniperti il quale a questo punto non riesce a contenersi, dimentica il ruolo di dirigente e bacia, abbraccia e stringe la mano a chiunque gli passi al fianco. Si conclude così la sua stagione di sofferenze, di stati d’animo repressi, di tensioni mal celate, di speranze e ambizioni regolate sempre da una misura tipicamente piemontese. «Adesso sì che mi sento campione – esordisce Boni – è stata un’annata fiabesca, meravigliosa. MI hanno stupito la potenza e la determinazione della squadra, composta da elementi eccezionali che hanno dovuto affrontare, e dunque superare, situazioni a volte critiche oppure incredibilmente difficoltose. Trapattoni e ì ragazzi meritano un elogio incondizionato. A loro è doveroso riconoscere Il più ampio merito». Giampiero Boniperti, presidente più scudettato d’Italia, ha accumulato nella sua carriera di giocatore e dirigente, la cifra in credibile di nove titoli italiani Quattro da giocatore, uno da consigliere ai tempi della Juve di Heriberto Herrera e quattro da presidente. Quale fra questi allori gli ha procurato più gioie e più angosce? «Questo. Oggi potevamo andare in goal già nel primo tempo – replica Giampiero – ma era segnato dal destino che pure all’ultima esibizione la Juventus dovesse pagare un alto tributo di sofferenze. E a quanti sostenevano che la squadra fosse cotta e debilitata da una serie impressionante di test a ripetizione, dico che il saggio di tenuta dimostrato oggi pomeriggio con un meraviglioso e quasi impeccabile secondo tempo mette a tacere gli scettici per natura e i pessimisti per vocazione. Dopo il trionfo di mercoledì in Coppa Uefa, che è la più importante manifestazione europea, ci arricchiamo di un secondo alloro che ci consente un’accoppiata prestigiosa». Il sottostadio è una bolgia. È impossibile contenere gli entusiasmi. Volano i tappi di bottiglie di champagne. Boniperti è come risucchiato dal vortice di euforia che si scatena nel vestibolo bianconero. Prima che il presidente torni in mezzo ai cronisti trascorrono dieci minuti. Dopodiché, Giampiero si mette nuovamente a disposizione. Il volto del presidente è ora più sereno, i lineamenti si addolciscono, scompare l’innaturale pallore delle attese e delle illusioni. Perfino la voce è più chiara, un timbro perentorio. «Non esiste un momento chiave della stagione, poiché siamo sempre stati lì, in testa o secondi oppure appaiati al Torino, che merita un elogio sincero. Forse, l’episodio più spiacevole l’ho registrato a Perugia... Ma sorvoliamo. Non è invece il caso di parlare di dubbi sul successo finale. L’esiguo margine che vantavamo sul Torino in più di una circostanza ci ha procurato apprensioni che ritengo logiche e giustificate ma non ci ha mai fatto smarrire il senso della realtà. Inoltre, in questa squadra che non mi ha mai tradito, io ho sempre creduto ciecamente. Le cifre, del resto, sono significative e sono il riconoscimento ai nostri exploit ripetuti».

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