venerdì 14 aprile 2017

LA JUVE DI HERIBERTO


Estate 1964: i continui risultati di medio livello ottenuti dalla Juventus dopo il ritiro di Boniperti, fanno sì che Gianni Agnelli riprenda, anche se non in veste ufficiale, le redini della società. La priorità è quella di identificare un allenatore capace di riportare ordine nello spogliatoio e dare un volto chiaro e deciso all’impostazione tecnica della squadra. La scelta cade su un paraguayano che allena in Spagna: ha un cognome che va di moda, Herrera, ma di nome fa Heriberto. È un sergente di ferro: fa del lavoro, della disciplina e del sacrificio il proprio credo assoluto. Porta un verbo nuovo nel calcio italiano: il “movimiento”, antenato del “calcio totale” olandese. Non vuole primedonne, solo operai disposti a sudare. Lo scontro con la stella Sivori è inevitabile.  L’avrà vinta Heriberto e il grande Omar emigrerà a Napoli. Ma il resto della squadra è con lui, nonostante i lunghi ritiri, le multe per chi rincasa dopo le ventidue, l’incubo della bilancia. In quegli anni di totale dominio milanese, riempie la bacheca juventina con uno scudetto e una Coppa Italia. Raggiungerà anche una finale in Coppa delle Fiere e una semifinale in Coppa dei Campioni, battuto dal Benfica del divino Eusébio. Si gettano i semi di quella che sarà una caratteristica determinante della Juve e non l’abbandonerà più: serietà, disciplina, impegno. Lo dimostrano in campo anche i risultati. Contro la Juve che applica per prima in Italia concetti nuovi, movimento totale e concezione diversa dei ruoli, per chiunque è sempre battaglia. Il gigante bianconero, in attesa di ritrovare l’antica grandezza, ha ripreso il gusto alla lotta e non farà più regali a nessuno.


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