domenica 8 aprile 2018

Luigi DE AGOSTINI


«Un calciatore furlan ha risorse speciali – racconta Camin – matura spesso nel silenzio, la sua dedizione al lavoro, qualsiasi lavoro, ha radici molto antiche. E se pensiamo De Agostini calciatore, lo pensiamo attaccante, piccolo e audace, al servizio dell’Udinese che veste gli stessi colori della sua futura squadra, la Juventus, nella quale si calerà come un elemento alla base di tutto, della stessa tradizione, degli ideali valori della maglia e della professione. Diventa titolare inamovibile nel ruolo di laterale sinistro proprio all’uscita fisica dal ruolo di Cabrini. Lo diventa anche in Nazionale, dove Vicini, gli preferisce spesso la finezza araldica del Maldini, dovendo tuttavia convenire che De Agostini è il jolly ideale per ogni incombenza.
La qualità del piede che trasferisce palloni decisivi nell’area piccola, anche di prima intenzione così da consentire al bomber naturale la fondamentale deviazione di testa, la qualità della corsa abbinata a un tackle risoluto quanto leale che ne fa un agonista mai domo. Pur nei giorni meno brillanti di Madama, questo furlan ha rappresentato l’anello di congiunzione col passato di tutte le vittorie e, col recupero della normalità, è stato il più pronto a capire la svolta e a dare il suo contributo. Un calciatore furlan ha sempre risorse speciali. Matura spesso nel silenzio dell’operosità e dell’osservazione, i suoi mezzi e la sua classe. De Agostini entra di diritto nella schiera dei più grandi per il cuore meraviglioso che lo sostiene, un professionista davvero raro per i nostri giorni; non lo anima il denaro, ma l’amore per la maglia. I suoi furenti raid sulla fascia sinistra provvigionano l’attacco dei servizi decisivi».
Approda in riva al Po nell’estate 1987. Gigi è un professionista molto serio, può giocare indifferentemente sia sulla fascia sia in marcatura, sia in mediana che come mezzala; giocatore dai classici piedi buoni, tira le punizioni e diventa anche il rigorista della squadra. «Quando sono arrivato alla Juventus, la maglia numero tre era ben salda sulle spalle di Cabrini. Allora sono stato impiegato da mediano, dimostrando di poter coesistere con Antonio. Non mi piace che il pubblico mi identifichi solo nel giocatore che corre sulla fascia sinistra e piazzi precisi cross per la testa degli attaccanti».
De Agostini corre e combatte, puntella alla bisogna in ogni parte del campo, applica sul campo quelle teorie sul calciatore universale che, ogni tanto, qualcuno rispolvera, tanto per sottolineare che questo tipo di giocatore è oramai scomparso. Ha la sfortuna, però, di arrivare in una Juventus modesta, troppo impegnata a un vano inseguimento di Napoli e Milan e vi rimane per cinque campionati. Il suo trasferimento all’Inter, avvenuto nell’estate del 1992 è causato, forse, da una leggerezza dello staff bianconero convinta che il jolly De Agostini avesse già espresso il meglio di sé; in neroazzurro rimane una sola stagione, per poi vivere una seconda giovinezza alla Reggiana.
È stato lo stakanovista di una professione vissuta sempre con grande serietà e passione: «Per giunta, ho anche un record ignorato da molti; nelle stagioni 1987–88 e 1989–90, con quasi settanta partite, sono stato il giocatore italiano che ha disputato più incontri ufficiali. Inoltre, sono arrivato ad un passo dallo juventino Magni, il solo che abbia portato sulle spalle tutti i numeri di maglia. Così, in occasione dell’ultima partita della mia carriera, ho chiesto e ottenuto dall’allenatore, di poter indossare la maglia numero cinque, l’unica che, a parte quella da portiere, mi mancava ancora».


NICOLA CALZARETTA, “GUERIN SPORTIVO” NOVEMBRE 2017
Tricesimo. È questo l’ombelico del mondo per Luigi De Agostini, nato il 7 aprile 1961 a Udine, ma vissuto e cresciuto proprio qui, nel piccolo comune friulano. Dove è tornato a vivere una volta terminatala sua carriera di calciatore iniziata nel 1978 e chiusa diciassette anni dopo: 574 partite da professionista con le maglie di Udinese, Trento, Catanzaro, Verona, Juventus, Inter e Reggiana, compreso l’azzurro dell’Italia. Sempre di corsa, giocando in tutti i ruoli, segnando cinquantasei reti e mettendo da parte qualche bella soddisfazione. Vive qui, a Tricesimo, con la moglie Odilla, compagna di vita da sempre. I figli, Michele (anche lui calciatore, oltre 300 presenze in serie C) e Sofia, nata il 14 maggio 1989 proprio durante un derby Toro–Juve, hanno messo su famiglia e vivono per conto loro. Mi accoglie sulla soglia di casa (una bellissima casa, immersa in un parco ancora più bello) e mi mostra le scarpette attaccate al chiodo. Sorride amaro: «Il chiodo me lo regalò Tricella quando smisi nel 1995. Le mie Adidas le ha appese mia moglie pochissimo tempo fa, dopo l’impianto di un pacemaker cardiaco. È stata una cosa improvvisa. Dal ritiro ho sempre continuato a giocare, ultimamente anche con le “Legends” della Juventus, Un medico, il dottor Milan mi ha scoperto il problema. E i suoi colleghi Rebellato e Proclamar mi hanno operato. Li ringrazio, ovviamente, anche se questo significa stop definitivo con le partite». Tutto vero, ma il pallone non è certo sparito dalla sua vita, «Ho una scuola calcio qui a Tricesimo, oltre trenta bambini. Non girano soldi, sento il dovere di ridare gratuitamente alla mia terra quello che ha dato a me quando ero ragazzo, permettendone di realizzare il mio sogno. Al calcio devo tutto: ho giocato, ho guadagnato, ho potuto metter su famiglia e sono stato in grado di affrontare le difficoltà della vita con lo spirito giusto. Potevo fare qualcosa in più, ma sarebbe potuto accadere anche il contrario. Di certo a diciassette anni ci avrei messo la firma per la carriera che ho fatto».
Da dove sei partito? «Dal cortile di casa, dove abitavano i De Agostini, sempre a Tricesimo. Con me, oltre ai miei fratelli Silvio e Andrea, c’era mio cugino Stefano, di tre anni più piccolo e anche lui poi diventato professionista».
Chi ti ha trasmesso la passione per il calcio? «Mio padre Claudio che ha giocato fino alla Quarta Serie. Una vita di sacrifici la sua, insieme a mia mamma Luciana. Di notte il fornaio, di giorno nei campi con mio nonno. E quei quindici minuti che mi dedicava giocando la sera in casa, con un pallone fatto di stracci (per non rompere nulla) erano la cosa più meravigliosa che poteva capitarmi».
Mi risulta che tu fossi tifoso del Milan da piccolo. «Avevo le vene rosse e le arterie nere. Mi chiamavano “Gigi Milan”. Ero pazzo di Gianni Rivera e quando lui smise, nel 1979, anche la passione per i colori rossoneri è scemata. Da lì non ho più tifato per nessuno».
A che età sei entrato nel vivaio dei bianconeri? «Da grande, a diciassette anni. Fino ad allora avevo giocato nella Polisportiva Tricesimo. Ma erano momenti particolari, c’era stato da poco il terremoto (giugno 1976, ndr) e le conseguenze le sentivamo ancora tutte. Non c’erano palloni, non avevamo le maglie. Io devo dire grazie a quei volontari che ci portavano alle partite, che hanno sopperito alle inevitabili mancanze».
Anche Tricesimo fu colpita dal sisma? «Crollò il campanile della Chiesa, morì una persona. Ci furono molti danni agli edifici. Noi abbiamo dormito per un mese in tenda. Non è stato semplice quel periodo».
Il calcio dette una bella mano alla rinascita. «L’Udinese dei miracoli che dal 1978 in due anni vola in A ha dato una bella spinta, questo sì. Se vuoi ti dico al volo la formazione che vinse il campionato in B. Della Corna, Fanesi, Riva; Leonarduzzi, Bonora, Fellet; De Bernardi, Delneri, Bilardi, Vriz e Ulivieri. Una squadra fortissima, mai sufficientemente ricordata: in due anni dalla C alla A; nel 1978 la Coppa Italia semi–professionisti e nel 1980 la Mitropa Cup».
Nella rosa di quella squadra ci sei anche tu. «A diciassette anni fui inserito nella Primavera. Tutto sinistro, giocavo in attacco e mi piaceva fare i “numeri” A livello fisico, invece, ero indietro rispetto agli altri. Lavorai sodo con Cleante Zat, il preparatore atletico. Ho cominciato allora a fare sacrifici, una costante di tutta la mia carriera. Ero determinato, certi treni passano una sola volta».
Sforzi premiati, visto che nell’anno della promozione in A tu fai una presenza. «Devo molto a mister Giacomini e al suo vice Zoratti. Debuttai il 24 giugno 1979, ultima di campionato di B, contro il Rimini. Entrai al posto del centravanti Bilardi. E l’anno seguente ci fu anche l’esordio in A, contro il Napoli il 23 marzo 1980. Quella volta fu Dino D’Alessi a darmi fiducia».
23 marzo 1980, una data nera per il calcio italiano. «Fu la domenica degli arresti allo stadio per il calcio–scommesse. Ho sempre in testa quelle immagini che vidi alla TV, mi fecero una gran brutta impressione. Non era quello il mondo che avevo sognato».
Torniamo al tuo debutto: con il Napoli giocasti con il nove. «Ho iniziato con quel numero perché facevo la punta, ma nella mia carriera li ho girati tutti, dal due all’undici. Solo Magni ha fatto meglio di me, perché una volta indossò anche il numero uno giocando in porta. In campionato feci altre quattro partite da attaccante e D’Alessi mi impiegò anche nella Mitropa Cup, che vincemmo».
L’anno dopo, però, nessuna presenza in campionato. «Ero il capitano della Primavera allenata da mister Tumburus. Vincemmo lo scudetto. Con me c’erano, fra gli altri, Miano, Cinello, Trombetta, Gerolin, Papais, Borin, tutta gente che ha fatto una buona carriera da professionista».
Nel 1981–82 sei in prestito al Trento, in C1. «Trovai un ambiente ideale. Il giorno dopo un 3–2 con il Fano in cui feci il fenomeno, i giornali titolarono: “E all’improvviso al Briamasco appare una stella”. Feci un’ottima stagione, da titolare, realizzando pure tre goal. Il ruolo? Spesso mediano».
L’anno dopo ti mandano a Catanzaro. «Lo seppi dalla televisione. L’Udinese acquistò Massimo Mauro e, nell’operazione finirono anche i cartellini di Trombetta e il mio. I nuovi compagni erano in ritiro ad Ampezzo, li raggiungemmo lì. La cosa buona è che la squadra calabrese faceva la Serie A. Ma Catanzaro era veramente lontana, non tornavo mai a casa».
Come hai superato la “saudade”? «Io e Odilla decidemmo di sposarci e fu una mezza avventura. La domenica precedente il matrimonio giocai contro la Roma. A fine partita dovevo raggiungere Lamezia, ma non ce l’avrei mai fatta se non avessi ottenuto un passaggio dal pullman che portava i romanisti all’aeroporto e che, come prassi, viaggiava scortato».
Che ricordi conservi dell’annata in Calabria? «Vivevo a Soverato, un bellissimo posto sulla costa. In campionato ho giocato ventiquattro partite e fatto quattro goal di cui uno a Zoff. Sentivo che la gente mi voleva bene. In più c’era Bruno Pace, l’allenatore. Era un esteta, amava il bel gioco. Fumava spesso e talvolta, dopo aver preparato il campo per gli esercizi, si metteva seduto in panchina, si accendeva una Marlboro e ci lasciava liberi di allenarci».
Domanda d’obbligo: in quale ruolo hai giocato a Catanzaro? «Ho fatto il jolly. Veramente».
1983: ritorni all’Udinese. «E trovo un certo Zico. Che meraviglia. Lo avevo visto in TV, sui quei circuiti locali che trasmettevano le partite del campionato brasiliano. Mi pareva incredibile pensare che ci avrei giocato insieme».
Ci descrivi Zico per favore? «È il giocatore più forte che abbia mai visto. Tecnicamente divino, faceva tutto con una semplicità disarmante. Aveva gli occhi anche dietro la testa. Sapeva dove, come e quando darti la palla, E poi c’era il “fuori campo”; dove si misurano davvero le persone. Ecco, Zico era un campione anche lì: sempre disponibile, non gli ho mai visto rifiutare una foto o un autografo. Un grande davvero, ci sentiamo ancora adesso».
Hai cercato di carpirgli qualche segreto durante gli allenamenti? «A fine seduta rimaneva a provare le punizioni, si allenava con le sagome. Io c’ero sempre, era già appagante vederlo in azione. Imitarlo, impossibile».
Hai un ricordo particolare di lui? «Andiamo a giocare a Catania. Ci accolgono con fischi e qualche sasso. Zico al 70’ segna il goal del vantaggio, ma la cosa più incredibile succede al 90’ quando l’arbitro fischia una punizione dal limite per noi e il pubblico di Catania invoca Zico per la battuta. Una cosa mai vista. Per la cronaca fece goal e vincemmo 2–0».
Non era male comunque quell’Udinese 1983–84. «Per poco non ci qualificammo per la Coppa Uefa. Oltre a Zico c’erano anche Virdis, Mauro, Edinho. Ma su tutti metto Franco Causio, un professionista esemplare: a trentaquattro anni era sempre in testa al gruppo negli allenamenti».
E tu in tutto questo bailamme? «Ci stavo, e anche bene. Ondeggiavo tra centrocampo e difesa per volere del mister Enzo Ferrari che già qualche anno prima mi aveva pronosticato un futuro da numero tre. All’epoca rifiutai l’idea, non mi ci vedevo proprio. Adesso invece la soluzione cominciava a piacermi. Nella stagione successiva ho iniziato a fare stabilmente il terzino sinistro. Allenatore Luis Vinicio, uno a cui piaceva il bel gioco. Era il campionato 1984–85, il migliore per me con la maglia dell’Udinese».
C’è una partita di quella stagione che ricordi con particolare piacere? «La sfida di ritorno contro il Napoli, 12 maggio 1985, con la rete di mano di Maradona, molto simile a quella più famosa contro l’Inghilterra. La partita finì 2–2, io realizzai un gran goal con un bel sinistro da lontano e presi due pali. Quel giorno in tanti “scoprirono” De Agostini e alla società iniziarono ad arrivare un po’ di richieste per il sottoscritto».
Possiamo dire che il vero salto di qualità lo hai fatto con la stagione a Verona 1986–87? «Senza dubbio. Dico subito che a Verona ho lasciato un pezzo del mio cuore. Ho trovato l’ambiente giusto e l’allenatore che mi ha fatto volare, Osvaldo Bagnoli. La sua grandezza sta nella semplicità, che è il sugo di ogni allenatore. In tre mesi sono decollato: prima la Nazionale Olimpica, poi quella maggiore; miglior terzino sinistro del campionato e alla fine il trasferimento alla Juventus. Una cosa fantastica».
Andiamo con ordine. Partiamo dalla squadra di club. «Il Verona due anni prima aveva vinto lo storico scudetto, l’atmosfera era ancora frizzante. Ho giocato con il miglior Tricella, un libero che nell’uno contro uno era imbattibile, oltre ad essere il primo contropiedista della squadra. Siamo diventati subito amici. Poi c’era Roberto Galla, un giocatore fondamentale negli equilibri in campo e un ragazzo d’oro che ho ritrovato alla Juve, condividendo con lui molti ritiri. E infine Elkjær, un grandissimo. Prima di entrare in campo, dopo essersi fumato una sigaretta, mi prendeva per un braccio e mi diceva: “Non avere paura. Tu giocare con Elkjær!”».
Un campionato strepitoso, trenta presenze, tre goal e a fine stagione sei giudicato il migliore nel tuo ruolo. «Fu una grande soddisfazione, tenuto conto anche della concorrenza che era di altissimo livello: Cabrini, il giovanissimo Maldini, Nela, senza dimenticare Briegel e Branco».
Apriamo adesso il capitolo azzurro. «Non ci speravo quasi più. Per una questione di età non sono mai riuscito a giocare con l’Under 21; la Nazionale di C mi sfuggì per un pelo. Nel 1985 venni convocato con l’Italia “sperimentale; ma la partita che avrebbe dovuto giocarsi a Genova, fu annullata per la neve, ed erano anni che non nevicava sul capoluogo ligure».
E, invece, la ruota gira nel verso giusto. «Merito di Dino Zoff, allenatore dell’Olimpica. Io debuttai subito, alla prima uscita nell’amichevole contro la Grecia a Patrasso. Era il 14 gennaio 1987. Zoff, un altro di quelli della scuola di Bagnoli, prima di entrare in campo, in dialetto friulano mi disse: “Sei pronto?”. Ero prontissimo e carico, Vincemmo 2–0, con un uomo in meno. Reti di Carnevale, in entrambi i casi su miei assist. In tribuna a vedere la partita c’era Azeglio Vicini, CT della Nazionale maggiore. Zoff mi ha sempre chiamato per l’Olimpica, ero uno dei titolari fissi. Ma nel frattempo arrivò anche la convocazione per la Nazionale A. Il 28 maggio 1987 gioco la mia prima partita con l’Italia: 0–0 con la Norvegia. Io entro nel secondo tempo al posto di Bergomi; poi un altro spezzone e il 10 giugno 1987 debutto come titolare nel 3–1 all’Argentina di Maradona».
Ed ecco la Juventus. «Sinceramente non pensavo di andare via, anche perché avevo firmato un contratto triennale. Ma il presidente del Verona aveva bisogno di soldi ed io e Tricella eravamo tra i pochi ad avere mercato. Seppi della Juventus mentre ero in tournée con la Nazionale».
Ricordi il primo impatto con il mondo Juve? «Entrai in sede e mi sembrò di stare in una gioielleria: c’erano coppe e trofei dovunque. Ero con Tricella. Poi incontrammo Boniperti, il presidente. L’incarnazione del successo. Ce lo disse subito: “Qui alla Juventus vincere è l’unica cosa che conta”».
Temevi il salto dalla provincia alla grande squadra? «Temere no. C’era la consapevolezza che non potevi sbagliare. In campo e fuori. Lo stile–Juve era ancora vivo e presente. Ed era soprattutto educazione, rispetto, responsabilità. Boniperti era molto attento a questi particolari, non solo per il taglio dei capelli».
Hai qualche aneddoto che riguarda il presidente? «La telefonata che ricevetti mentre ero in ritiro con la Nazionale in Lussemburgo. “Dove sei?”‘ mi domanda Boniperti. Ed io: “Con la Nazionale”. “Guai a te se ti fai male, mi fa lui, che domenica c’è il derby”. Ecco, la partita con il Torino per lui era uno spauracchio».
Andiamo sul campo, adesso. Perché alla prima uscita ufficiale, ti presenti con la maglia numero dieci di un certo Miche! Platini che si era appena ritirato. «Me la trovai addosso nella partita di Coppa Italia contro il Lecce il 23 agosto 1987. Fu una decisione di mister Marchesi. Ed io non ebbi nessun problema a indossarla, oltretutto segnai anche il goal del 3–0».
Non male come esordio dell’erede di Michel! «(sorride). Non scherziamo. Io con Platini non c’entravo nulla. In campo il giocatore che avrebbe dovuto sostituire tatticamente Michel era Marino Magrin. A lui il mister dette l’otto per non appesantirlo ulteriormente. Fu una decisione intelligente. Io presi il dieci e fui schierato in mediana, visto che come terzino sinistro c’era ancora Antonio Cabrini».
Annata bruttina, con tanto di spareggio Uefa contro il Torino. «Vincemmo ai rigori, io realizzai il mio. Meno male, così andai con il cuore più leggero a giocare il mio primo Europeo in Germania. Era una buona Nazionale quella, ci bloccò l’Unione Sovietica in semifinale. Io feci anche un goal contro la Danimarca nel girone iniziale, dopo due minuti dal mio ingresso in campo. Corsi ad abbracciare Tacconi che mi aveva predetto la rete».
1988–89, seconda stagione alla Juve e ritrovi Zoff come nuovo mister bianconero. «Zoff e Scirea, che era il suo vice, erano lo stile–Juve. Poche parole, molti fatti. Penso a Gaetano e mi commuovo sempre. La sua morte prematura ci ha lasciato scioccati. Avrebbe fatto cose egregie, soprattutto per i giovani. Io porto sempre nel mio portafoglio una sua figurina».
Con Zoff la tua Juve operaia vince due Coppe nel 1990. «Dino era riuscito a creare un gruppo unito, saldo. Ha vinto con i portatori d’acqua. Prima Rush, poi Zavarov, avevano deluso. In compenso c’erano Galia, Marocchi, il sottoscritto. E poi Schillaci, Alejnikov, Fortunato. Tutta gente affamata e pronta a giocare per la squadra».
L’avversaria era la Fiorentina di Baggio. «Decisiva fu la partita d’andata che vincemmo per 3–1. Tacconi fece il fenomeno su alcune conclusioni ravvicinate del Codino. Galia e Casiraghi segnarono i primi due goal. Il terzo lo feci io, di destro dal limite dell’area, ingannando Landucci. Sono molto legato a quella rete: è l’ultima segnata da un bianconero al Comunale, il teatro dei grandi successi della Juventus».
Mi risulta che per queste vittorie l’Avvocato Agnelli non abbia mancato di fare una delle sue proverbiali battute. «Successe dopo la Coppa Italia, disse: “Pensavo faceste una buona partita, ma non avrei mai pensato che sareste riusciti a vincere la Coppa”. La punzecchiatura era tutta per il Milan che pareva invincibile».
In quella lunga estate 1988, ci fu anche l’esperienza olimpica a Seul. «Non c’era più Zoff in panchina, lo avrei ritrovato alla Juventus come allenatore. Per di più incappammo nella batosta con lo Zambia. Sfiorammo il podio, battuti dalla Germania nella finale per il terzo e quarto posto».
E così, prima la conquista della Coppa Italia ad aprile e un mese dopo, la Coppa Uefa. «Due enormi soddisfazioni. La prima arrivò dopo aver battuto il Milan di Sacchi, con un goal decisivo di Galia a San Siro. La seconda fu conquistata con due “Primavera” in campo nella finale di ritorno e con un uomo in meno per gran parte della partita a causa del rosso a Pasquale Bruno».
Tu hai un tuo ricordo personale dell’Avvocato? «Il giorno che mi fu consegnata la medaglia per le mie cento partite nella Juve, mi fa: “Mi aspetto da lei altre cento partite prima di giudicarla”».
Il 1990 è anche l’anno dei Mondiali di casa. «E stavolta li giocavo anch’io! Nel 1978 fui ospite di alcuni miei parenti in Argentina. Quattro anni dopo convinsi Odilla, non ancora mia moglie, ad andare in vacanza in Spagna. Italia ‘90 è stata un’esperienza fantastica. Il Mondiale è il sogno di ogni calciatore. Feci sei partite su sette. Dico la verità: meritavamo la vittoria».
Torniamo alla Juve e alle clamorose trasformazioni dell’estate 1990. «Zoff non fu confermato. Arrivò Maifredi e una nuova idea di calcio. Arrivò anche Roberto Baggio. La partenza fu da incubo con il 5–1 subito dal Napoli in Supercoppa, poi però in campionato non facemmo male. Ma non c’era equilibrio in campo, e per noi difensori era dura. Dopo l’eliminazione con il Barcellona in Coppa delle Coppe, iniziò il tracollo. Alla fine non ci qualificammo nemmeno per la Uefa. Addio Maifredi e ritorno di Trapattoni».
Tue libere valutazioni adesso. «Avrei tenuto Zoff e con innesti mirati, avrei rafforzato la squadra che, l’anno prima, aveva vinto due coppe. Maifredi fu lasciato solo. Avrebbe avuto necessità di più tempo. Ma alla Juve non c’è tempo da perdere. Devi essere sempre pronto».
Anche a calciare i rigori che qualcuno non vuole tirare? «Ma io i rigori li ho sempre tirati, anche in Nazionale. Quella volta con la Fiorentina andai sul dischetto io. Stop. Poi Mareggini fece il fenomeno. Può capitare di sbagliare».
Alla Juve ci stai ancora un anno, quindi nel 1992 c’è l’Inter. «Seppi del trasferimento dai giornali. Avrei rifiutato, se ci sono andato è solo perché c’era Osvaldo Bagnoli. All’Inter pensano che quelli che arrivano dalla Juve siano oramai a fine serie. Non ho buoni ricordi di quella stagione, una volta sono stato pure espulso per scambio di persona, al posto di Tramezzani».
1993: ecco la Reggiana. «Mi volle Dal Cin, mio vecchio dirigente all’Udinese. Feci lì i miei ultimi due anni di carriera. Dissi basta quando mi accorsi che non ero più competitivo e che stava subentrando una certa nausea. Dopo diciotto anni di sacrifici, era giunto il momento di staccare la spina e pensare ad altro».
La vita poi ti ha messo di fronte a un avversario difficile da superare. «16 settembre 1999. Sofia fu travolta da un’auto guidata da un ubriaco mentre stava attraversando la strada con la sua tata, la Dina, che morì sul colpo. Le lesioni subite da mia figlia furono gravissime. Grazie al cielo, siamo riusciti a superare ogni ostacolo. Sofia è tornata a camminare e a fare una vita normale. Lo sport mi ha aiutato molto ad affrontare questa battaglia».
Chiudiamo: cosa ti ha emozionato di più in tutti i tuoi anni da calciatore? «La festa a sorpresa che mi organizzarono dopo i Mondiali del 1990. Qui a Tricesimo, nel cortile di casa. Lo stesso dove da bambino ho iniziato a sognare».

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