martedì 1 maggio 2018

Leonardo BONUCCI


Sette anni in bianconero, sette anni da narrare l’uno all’altro per Leonardo Bonucci, detto semplicemente Leo. Approda sulle rive del Po nell’estate del 2010, proveniente dal Bari: nel capoluogo pugliese ha formato con Ranocchia una solida e affiatatissima coppia difensiva che, presto, emerge come miglior duo del campionato. Ma è proprio il futuro interista che si attira le maggiori attenzioni degli addetti ai lavori e l’arrivo di Leo a Torino è visto con diffidenza dal supporter juventino.
«Ho iniziato in una società dilettantistica – racconta – il Pianoscarano, poi sono passato alla Viterbese. Giocavo centrocampista centrale ed esterno, per un po’ ho anche fatto la punta. La svolta è arrivata l’anno della Berretti. Il mio allenatore era Carlo Perrone, ex giocatore di Lazio e Roma: il mio grande maestro, l’uomo che mi ha insegnato a stare più tranquillo in campo, senza strafare. Inoltre ha visto in me le caratteristiche del difensore centrale e questa è stata la mia fortuna. Nell’ultimo anno a Viterbo ho sfiorato l’esordio in C2. Poi sono passato all’Inter dove ho giocato due stagioni con la Primavera e ho esordito in Serie A. Il salto nei professionisti c’è stato a Treviso dove sono rimasto una stagione e mezza con mister Pillon, prima di trasferirmi a Pisa, dove ho conosciuto Giampiero Ventura, che mi ha fatto giocare tutte le partite e che poi mi ha voluto a Bari. Lo scorso campionato è stato incredibile, non ho saltato un solo minuto, nonostante abbia giocato le ultime diciotto partite in diffida. E ora sono qui per continuare a crescere. È l’inizio di una nuova entusiasmante avventura. Un punto di partenza per la mia carriera. Ma anche la realizzazione di un sogno che avevo fin da piccolo: sono sempre stato tifoso della Juventus, una sorta di “pecora nera” in una famiglia di interisti. Nella mia camera c’era il poster di Del Piero e una foto che mi avevano scattato insieme a Peruzzi. Del Piero, da idolo a compagno di squadra, mi ha fatto davvero effetto. Alessandro si è subito dimostrato un ragazzo tranquillo, simpatico e soprattutto umile. Lui, insieme a Zidane, è stato uno dei miei modelli quando, da ragazzo, giocavo in posizioni più offensive».
«Leo – scrive Sandro Scarpa su juventibus.com, il 24 novembre 2016 – entra nel romanzo decadentista della Vecchia Signora, senza appeal e senza gloria. Ai nuovi boss, Marotta e Paratici, l’idea Bonucci balena in un ennesimo surreale groviglio: devono liberarsi della metà di Criscito e sbarazzarsi di Almirón, parcheggiato proprio a Bari. Un vortice rutilante di scambi ed ecco arrivare Leo, “il meno bravo dei due”. Inizia così il romanzo horror: Leo è in una difesa zombie composta da Motta, Grygera, Traoré, Legrottaglie, Sørensen, Grosso, Rinaudo e De Ceglie con davanti Melo e Aquilani. Paura, eh? Lui e Chiellini vengono morsi dalla vampiresca spirale delneriana e la Juve viene sepolta viva da quarantasette reti. A gennaio arriva dal Wolfsburg per quindici casse di rhum anche Barzagli, e il trio comincia un lungo sodalizio dentro e fuori dal campo che li porterà poi a raccontarsi, intorno a un camino, storie di terrore come i cross di De Ceglie e le diagonali di Motta. In estate altra sliding door narrativa: la Juve punta Bruno Alves, in Russia con Criscito e Spalletti, che in cambio chiede Leo e Pepe. Potrebbe essere l’inizio di un romanzo russo, ma lo scambio salta e Bonucci diventa il soldato LeonardoBi, alter–ego immaginario, come in un poema epico.
Se nel primo anno “un misto di supponenza e poca concentrazione” lo porta a cadere nelle proverbiali “bonucciate”, ora due figure da Pigmalione plasmano caratterialmente il nuovo Bonni che scende a patti col Diavolo Conte e il numero satanico 3–5–2 e viene forgiato mentalmente dal Motivatore con mentine all’aglio e sevizie psicologiche. Leo diventa cattivo, concentrato e spietato come il reduce di un romanzo bellico post Vietnam e comincia a non commettere più errori, a spingersi più avanti, a tenere palla al piede più spesso. È l’ora del riscatto: con Conte e come il Conte di Montecristo, Leo diventa un pilastro della BBC e scrive il romanzo della terza stella, iniziando l’epopea di una difesa da leggenda. È il trionfo, Bonni è oramai un difensore completo e si gode lo scudetto, ma come nelle favole arriva l’implacabile nemico a mettere a repentaglio la vita dell’eroe. Alcuni loschi figuri di Scommessopoli, per avere sconti di pena, tirano dentro il nostro Leo. Palazzi chiede tre anni e sei mesi sia in primo grado sia in appello. È una tragicommedia avvolta in un legal–trhiller. Zero prove, accuse ridicole, eppure in tanti, nella tagliola della giustizia, patteggiano per evitare la fine di una carriera. Bonni no, come Pepe (anche lui scampato alla deportazione russa), non scende a patti e va a processo. Pensateci, tre anni e sei mesi a partire da settembre 2012, con fine pena a febbraio 2016, magari per ricominciare dalla Viterbese o dal Bari...
È l’ennesima svolta psicologica. Ciò che non ti uccide ti fortifica. Bonucci, come i bianconeri eroi del Mondiale 2006, quell’estate “non dovrebbe giocare Euro 2012”, secondo giornalisti da operette morali. Per la stampa è un criminale, feccia da cui ripulire il calcio. Bonni, Cassano e Balotelli sono i Bastardi senza Gloria della Nazionale che arriverà poi in finale con la Spagna. Ancora una volta, come figura ricorrenti di un romanzo, a rimetterci è Criscito, escluso ingiustamente da quegli Europei. La Juve non lo molla ma anzi gli consegna un’emblematica fascia di capitano in un’amichevole estiva contro il Benfica. Bonni viene assolto. Da quel momento Bonucci diventa un idolo per il popolo bianconero e l’incarnazione del male per gli altri. Arrogante, indisponente, implacabile e impunito con la Juve, deconcentrato e brocco a volte in Nazionale, come in Brasile. È quello che esulta in modo volgare, che umilia rivali e tifoserie invitandoli a sciacquarsi la bocca (esultanza frutto di scherzi con gli amici, come a dire «Visto, non sono un bidone!»). È quello che schernisce gli avversari («Noi siamo in Champions, il Napoli in Europa League!»). È il bullo spericolato che affronta un rapinatore che minaccia la sua famiglia. È l’uomo più odiato della squadra più odiata. È quello del pasticciaccio brutto di Rocchi in Juve–Roma.
L’odio nei suoi confronti lo fa bollare come rozzo e limitato, eppure viene esaltato dal migliore romanziere–esteta del calcio attuale, Guardiola, che dice di lui: «È da sempre uno dei miei calciatori preferiti». Il culmine di questo romanzo criminale Bonucci lo raggiunge con la testata (per alcuni sono le testate) a Rizzoli. In quell’occasione la natura criminale di Bonucci si fonde con poteri da supereroe fantasy: un’onda energetica parte dal suo capoccione per colpire violentemente, ma senza contatto, l’arbitro bolognese. E arriviamo al presente. Dopo la parentesi (speriamo chiusa per sempre) di un breve dramma familiare che sembra oramai risolto, Bonni si attira finalmente stima e solidarietà anche delle altre tifoserie. Le sue lacrime in TV lo rendono un eroe vulnerabile, e dopo il nuovo poemetto epico degli Europei francesi, chiuso sul più bello dai rigori di Zaza e Pellè (i quali diventano i nuovi bersagli facili), anche i tifosi avversari ne riconoscono finalmente qualità calcistica e la forza caratteriale. Stimato da Conte e Pep, chiude e imposta alla Beckenbauer (paragone non più azzardato) e soprattutto è l’uomo dei goal decisivi. I tifosi della Juve hanno smesso di considerarlo quello “buono solo nel 3–5–2”, gli altri hanno smesso di odiarlo perché arrogante e scarso ma continuano a farlo perché è arrogante e forte».
La settima stagione a Torino, seppur globalmente positiva sul lato sportivo, è negativa su quello ambientale, col calciatore reo di comportamenti che a lungo andare logorano il rapporto sia col tecnico Allegri sia con lo spogliatoio: il 17 febbraio, infatti, nella netta vittoria per 4–1 contro il Palermo, un pubblico alterco a bordocampo con Allegri gli costa l’esclusione dalla successiva trasferta di Champions League contro il Porto (che seguirà malinconicamente seduto in tribuna su uno sgabello) prima avvisaglia dell’addìo che si consumerà a fine stagione.
Intanto, però, mette in bacheca la Coppa Italia e il sesto titolo italiano di fila: Leo, insieme ai compagni di squadra Barzagli, Buffon, Chiellini, Lichtsteiner e Marchisio, è per sei volte campione d’Italia. Il 3 giugno a Cardiff gioca la sua ultima partita in maglia juventina nella finale di Champions League, persa contro il Real Madrid. Il rapporto con il sodalizio torinese si interrompe bruscamente nell’estate 2017: al termine di una trattativa–lampo tra due storiche rivali che sorprende addetti ai lavori e tifosi, il 20 luglio il giocatore passa al Milan per 42 milioni di euro.


GIANCARLO LIVIANO D’ARCANGELO, JUVENTIBUS.COM 1° MAGGIO 2017
Per quel che mi riguarda la prima volta che ho pensato davvero che Leonardo Bonucci non fosse solo un bravissimo difensore moderno, attaccato alla maglia, ma che potesse essere un vero e proprio re taumaturgo (nella definizione del celebre storico francese Ernst Bloch i re taumaturghi erano i monarchi francesi e britannici che secondo le credenze popolari avevano doti sovrannaturali da guaritori di infezioni cutanee come la scrofola o adenite tubercolare), è stata il 9 febbraio del 2013 quando, durante un Juventus–Fiorentina di campionato non era nemmeno in campo. Era in curva con i tifosi, nelle prime file subito dietro alla porta, e proprio mentre riceveva un coro in suo onore (Leo veniva già da due campionati da titolare, quattro goal, uno scudetto e tanto amore dei tifosi conquistato sul campo), sulle parole Leonardo Bonucci alé, Mirko Vučinić, uno dei centravanti più belli da vedere, più finemente schermidori, più cavalieri e al contempo più allergici al goal della recente storia juventina, insaccava proprio sotto Leo una splendida volée di destro, dai venticinque metri, una traiettoria perfetta per balistica e stile di esecuzione: stop di suola, rimbalzo, passetto rallentato di preparazione e colpo di cannone, proprio come nei sogni di bambino. Indurre al goal Vučinić, che forse senza che il nome di Leo fosse inneggiato in piena trance agonistica, avrebbe centrato in pieno la traversa: più taumaturgo di così... Ma che Leo avesse doti calcistiche sopra la media, da fuoriclasse, se non sovrannaturali, cominciava a intravvedersi anche in campo. Iniziava a lanciare a 40 metri con una precisione incredibile. Sempre nei tempi di gioco giusti per approfittare del fattore sorpresa. Dai suoi lanci nascevano goal splendidi e voluti, pensati, preparati, un unicum assoluto nel panorama calcistico mondiale. Ma non solo.
Leonardo Bonucci aveva iniziato una crescita caratteriale e tecnica da vero leader. All’improvviso, dopo un goal decisivo, splendido in demi volée e decisivo contro la Roma (che soddisfazione quando i rivali scambiano se stessi per cigni mentre poi si rivelano passerotti spelacchiati), uscì sui giornali la notizia che l’artefice principale della maturazione di Bonucci fosse il suo motivatore personale, Alberto Ferrarini, professione mental–coach che rilasciava dichiarazione come questa: «Sabato sera abbiamo lavorato tre ore in albergo per preparare la partita. Nuovi segreti? Finito il nostro lavoro ho dato a Leonardo delle caramelle all’aglio. Prodotti naturali, immangiabili. I soldati centinaia di anni fa mangiavano l’aglio per mantenersi forti, sani e lucidi in battaglia. Leo è un soldato, e mangiando quelle caramelle è come lo avessi fatto tornare alle sue origini. Gli ho detto anche di alitare in faccia a Gervinho e Totti... La cosa più importante è stato il raggiungimento dell’obiettivo: la vittoria. Mi sono arrabbiato subito con Leo non voglio sentirgli parlare di rete più importante della carriera come ha fatto nel post gara. Deve stare sul pezzo: il goal più importante sarà il prossimo e sarà sempre così. Obiettivi nuovi? Dimenticare la Roma, essere più consapevoli della propria forza e avere più fame di ieri».
Letteratura di piccolo cabotaggio? Forse. Ma negli effetti in campo, questa fame, questa volontà da marines confermata anche dal taglio di capelli militaresco, questa capacità di afferrare l’attimo che spesso per i campioni è pura ondulazione dialettica tra destino e forza di volontà, pura capacità superiore di omeostasi tra climax delle partite importanti e proprie reazioni atletiche e nervose.
Rivediamolo quel goal decisivo, il più decisivo, finora, della sua carriera. È il 91esimo di Juventus Roma, le due squadre sono sul 2–2. Rocchi è stato sfortunato. Ha concesso due rigori alla Juventus, entrambi realizzati da Tévez, e uno alla Roma, goal di Totti (mai a segno su azione contro la Juventus a Torino nella lunghissima carriera), dopo che Iturbe (che soddisfazione quando l’intera stampa nazionale racconta come uno scudetto l’acquisto per più di trenta milioni di un presunto cigno che dopo poco si rivela una rondine comune già migrata sulle coste albioniche di Bournemouth) aveva portato in vantaggio i giallorossi. Il clima è teso. Porterà alla solita interrogazione parlamentare e uno sfogo a cuore aperto del capitano avversario. Dovrebbero fare un campionato a parte, cosa poi in effetti accaduta, con diciassette punti di vantaggio in classifica finale. Ma intanto è sempre il 91°, e un pallone viene crossato in area da Marchisio, è un assedio finale in vero un po’ disordinato, la vocazione difensiva interiorizzata nei geni non è richiesta; serve di più un colpo magico, estemporaneo quanto magico. Respinge di testa Yanga Mbiwa, nemmeno troppo male, svettando aitante e concentrando potenza. La palla s’innalza e cade a palombella in posizione centrale, al limite dell’area. E lì c’è Leo, che non ha paura. Chi tira al volo sa che basta poco per fare una figuraccia, ma il re taumaturgo è defilato, per coordinarsi deve spostarsi a mezzaluna da sinistra a destra, calcola il tempo, e quando è certo dell’impatto s’avventa come un’aquila e colpisce alla perfezione, da centravanti di tecnica sopraffina, e la volée è un colpo arcuato e teso, che come una corda di violino sembra congiungere un punto all’altro di un percorso perfetto, il piede di Leo e l’angolino basso del goal, lasciando risuonare una melodia dolce.
Il re taumaturgo sforna altri campionati straordinari, cresce in Europa, segna altri goal da virtuoso del pallone, altri troneggiando di testa, altri ancora in area, sempre sfoggiando il trittico delle delizie delle sue doti principali: senso della posizione, tecnica, voglia di vincere incrollabile. E le solite, chiare doti sovrannaturali e taumaturgiche, come dimostrano le sue prove nelle ultime settimane. Da fantasma è apparso davanti a Higuaín e gli ha soffiato dalla testa un goal sicuro in Juventus Napoli; da fantasma (doveva essere squalificato a Bologna, pura meraviglia del destino) è apparso da nulla e ha segnato ancora in volée il goal del vantaggio con l’Inter, sfoggiando la più bella prestazione in maglia Juventina, fatta di un fantastico repertorio: anticipi, impostazioni, tackle scivolati, aggiramenti palla al piede, e in più una magnifica transizione da difesa a centrocampo con passaggio rischioso di Buffon, e Leo che pressato lascia scorrere la palla, supera l’uomo e avanza di venti metri a testa alta: azione degna di Beckenbauer. Infine, taumaturgo nell’ultima gara di Coppa Italia, quando il suo rigore decisivo ha guarito una squadra che sembrava composta da lebbrosi impauriti.
Guardandolo con gli occhi dell’oggi Leonardo Bonucci è a tutti gli effetti desinato a entrare con merito nella storia dei più grandi difensori della Juventus. Nella storia di quella vocazione assoluta che in bianconero è il difendere. Ma in un modo unico. Bonucci è più unico di Barzagli e Chiellini, muraglie fisiche dal temperamento indomabile, ma più in tradizione con i grandi interpreti della juventinità difensiva. Loro sono nel solco di Cannavaro, il solo marcatore puro della storia a vincere un Pallone d’Oro, ovviamente da juventino. Nel solco di Romeo Benetti, il cui nome faceva paura solo a pronunciarlo, di Spinosi, di Morini; nel solco di Sandro Salvadore la bandiera, coraggioso, potente, indomito, che nei racconti dei vecchi juventini di famiglia era l’uomo che qualsiasi soldato avrebbe voluto come compagno di trincea in guerra. Nel solco di Jürgen Kohler, indistruttibile spauracchio di Van Basten, di Ciro Ferrara e Paolo Montero, i feroci paladini di anni indimenticabili, di Brio e Carrera nobili a Torino dopo la provincia, di Claudio Gentile il mastino insuperabile anche per Maradona, di Thuram fatato e aitante anche lui, puro fuoriclasse d’ebano ma privo, vicino alla porta, del colpo da barracuda.
Se proprio si deve scegliere un filone tradizionale, Bonucci mi sembra più appartenere di diritto a quello dei grandi difensori juventini non catalogabili, sui generis. Come Carlo Parola, magnifico interprete della rovesciata, che non ho mai visto giocare e che eppure è scolpito nella mia memoria come icona del calcio italiano attraverso la Panini, mentre è sospeso in aria intento a sfidare la legge di gravità. Come Antonio Cabrini, che con la sua legge dell’estetica, del tiro al fulmicotone e della tecnica da ala sinistra ha cambiato il ruolo di terzino sinistro per sempre. E infine, come Gaetano Scirea, l’irraggiungibile. La classe pura. Il giocatore più corretto che abbia mai calcato un campo di calcio. La guida, il confessore, il consigliere, la colonna, l’amico taciturno a cui si poteva affidare la propria esistenza. Il regista tecnico che faceva dello stile un’essenza assoluta. Scirea non aveva difetti e rendeva estremamente facile il calvario della venerazione, per dirla alla Cioran».


LA MAGLIA DELLA JUVE, 14 LUGLIO 2017
D’ora in poi, parleremo della “BBC” al passato. Sapevamo che sarebbe accaduto, un giorno: non ci aspettavamo che accadesse in questi tempi, modi e termini. Ma prima o poi doveva accadere: una delle difese più’ forti della nostra storia è giunta al capolinea. Leonardo Bonucci è un calciatore del Milan, che l’ha fatto suo per 40 milioni di euro. Quando approdò all’ombra della Mole, Bonucci era un buon prospetto proveniente dal Bari: nelle fila dei galletti, aveva militato in coppia con Ranocchia, che veniva considerato più forte di lui al momento e in prospettiva. In sette anni, Leo è diventato uno dei difensori più forti al mondo. Giorno dopo giorno, con professionalità, dedizione, voglia di migliorarsi. Conte gli insegna a difendere fuori dall’area di rigore, lui si applica e ne trae i frutti. Ne trae i frutti anche la Juve, che a un certo punto si ritrova al centro della terza linea un calciatore eccezionale. Il ragazzo che aveva bisogno del motivatore personale, è diventato un leader del complesso. Guida la retroguardia non solo sul piano tecnico, tira il gruppo sotto tutti i punti di vista, ci mette sempre la faccia. La “BBC” diventa leggenda, su Leo piovono riconoscimenti da ogni dove: i migliori allenatori in circolazione (Pep Guardiola e Antonio Conte, tanto per fare due nomi) lo ritengono un punto fermo nella loro difesa ideale. Per i tifosi, bianconeri, Leonardo Bonucci diventa Leo, semplicemente: uno di quelli sui quali, in un calcio senza bandiere, puoi fare affidamento, uno di quelli che non ti fa sentire solo un “cliente”, come vorrebbe la società, ma un tifoso, come vorrebbe il bambino che risiede in ogni vero sostenitore. Uno di quelli che ti trasmette orgoglioso senso di appartenenza.
Senso della posizione, visione di gioco, capacità nel gioco aereo, fiuto del goal, grande abilità in fase di impostazione: il suo repertorio è completo. Non è velocissimo, ma supplisce a uno scatto non irresistibile con il mestiere. Quando parlano male di lui, i detrattori sono pregati di sciacquarsi la bocca: a ogni esultanza, Bonny lo ricorda con un gesto eloquente, che diventa una sua caratteristica. I tifosi delle squadre avversarie, avvelenati dal tifo anti juventino, sono sempre pronti a sminuirne le doti: perché Leo dà fastidio, è un osso duro, è uno privo di sfumature, è uno che ti ricorda sette giorni su sette che la Juve sta lassù e correte, correte pure che tanto non la prendete. In altre parole, ce lo invidiano.
Al netto dei retroscena inerenti la cessione di Leo (retroscena, specie quelli inerenti Cardiff, sui quali non stiamo a fantasticare: non eravamo presenti, la verità nella sua interezza verrà fuori col tempo) possiamo registrare l’ovvio: i rapporti fra il giocatore e il tecnico si erano deteriorati, e ricomposti solo in apparenza. A partire dalla gara col Palermo? Probabilmente da prima. Bonny aveva voglia di cambiare aria, la società ha avallato il tutto e l’ha ceduto. Siamo ai saluti, Leo. 319 partite e ventuno reti con la maglia della Juve, dodici trofei nazionali messi in bacheca nell’arco di un ciclo leggendario non te li toglierà nessuno. Nessuno ti toglierà quello che hai fatto con noi e per noi, anche se sicuramente ti sei giocato l’affetto di milioni di fan: è inevitabile, non puoi farci nulla. Sei stato grande. E non sarà facile sostituirti, perché saresti anche stato l’ideale anello di congiunzione fra i vecchi e i nuovi componenti della terza linea bianconera. È vero, i calciatori passano e la Juve resta. Resterà anche questa volta, ma sono i calciatori che hanno contribuito e contribuiscono a rendere un mito la Vecchia Signora, non solo l’ambiente, la società, il modo di pensare e lavorare seriamente. I calciatori contano, sempre. Ciao, Leo.


CATERINA BAFFONI, TUTTOJUVE.COM 16 LUGLIO 2017
Proviamo a far luce su un fatto “buio” per così dire, agli occhi di un tifoso bianconero a oggi: Bonucci, promesso eterno sposo alla Juventus, decide di svuotare l’armadietto di Vinovo per accasarsi nella dimora di una diretta concorrente, o meglio: storica rivale. E allora, proviamo a incoraggiare lui stesso, affinché il suo talento indiscusso, nato dalla caparbietà di Madama nel credere e nello scommettere su di lui sin dai suoi tempi cupi(ssimi), possa trovare la giusta collocazione nella spiegazione di un tifoso bianconero qualunque. Indipendentemente dalle varie “voci di corridoio” che inevitabilmente si inseguono alla ricerca di una valida spiegazione tra screzi o diverbi vari e quindi di malsani episodi accaduti nello spogliatoio, al caro vecchio ed ex Leo avrei suggerito di essere più paziente e quindi di riflettere. E non riconoscente, come magari molti di voi avrebbero voluto leggere, perché si sa che oggi, di riconoscenza, nel calcio, ce n’è davvero poca.
Aspettare e riflettere non si parificano a una rassegnazione passiva o a una sconfitta. La intendo come il frutto tra forza e coerenza, capace di valutare la sua azione per ciò che valeva nella sua tenacia! E sì che valeva alla Juventus. Le gerarchie non sono mai predeterminate o divine in una squadra, e questo vale ancora di più in Corso Galileo Ferraris. E allora, Leo, chi arriva ed è nuovo, sa bene che ha davanti a sé una montagna intera da scalare per raggiungere la vetta dell’accoglienza e del rispetto. E chi offre un braccio per aiutare a salire sempre più in alto, tra la bolgia delle tempeste, non può essere accantonato, così, nel dimenticatoio. 
Ti avrei consigliato, oltre alla riflessione, senza scomodare la oramai santa e ignota riconoscenza, di essere lungimirante. Sì, perché il tempo è sempre stato dalla parte di un giocatore, e allora la domanda sorge spontanea: come è stato possibile non rivolgersi a un pubblico che non ha mai smesso di credere in te? Perché se oggi rappresentiamo il prodotto di quello che siamo stati ieri, domani saremo anche ciò che siamo oggi, dell’esempio che portiamo. E quale esempio hai voluto portare? Ti avrei invitato di nuovo alla riflessione, Leo, perché a differenza di molti altri, non hai dovuto portare il solito fardello di dover dimostrare tutto il talento e subito. Il distacco è la cosa più complicata da accettare, ma il giusto distacco ragionato, calmo e cauto, avrebbe dato un altro senso. Cauto e calmo, come l’atteggiamento di chi ha sempre saputo e voluto aspettare. Cavalcare l’onda dell’entusiasmo e delle vittorie in bianconero, non è da tutti, ma è il sogno di tutti, ed è stato anche il tuo in modo tale da poter graffiare sul vetro dei ricordi e incastonarti tra i totem e “i mostri sacri” della casacca Juventina. C’eri arrivato, e pure a modo.
Quando le bandiere lasciano, il rischio e il “dolore” sportivo che si portano e trascinano dietro nei confronti dei tifosi, è inevitabilmente quello di avere rimpianti e nostalgia. Ma per questo ti ringraziamo Leo19, perché per quanto al tuo giovane animo possa sembrare banale, ti assicuro che il tifoso juventino, voltando lo sguardo a te, avrà nella sua memoria il te bianconero in un breve flash dalla durata di un battito di ciglia. Mentre l’abisso dei ricordi, l’hard disk delle emozioni indelebili, sarà un lusso riservato a pochi altri.
C’erano e forse chissà, ci saranno altre bandiere nel variopinto mondo del calcio che hanno scelto di legare la propria immagine, il proprio essere alla lealtà di una squadra. Una lealtà che va onorata e portata avanti a mo’ di esempio, come chi ha voluto perseguire il cammino intrapreso per diventare un campione, per essere un giorno il desiderio di un bambino. Ma questo privilegio, caro Leo, è riservato, come detto, ad altri e a pochi eletti. Il lieto fine, allora, è anch’esso riservato solo per le storie vere. Ed è chiaro quindi che questa, è tutta un’altra storia. In bocca al lupo per la tua nuova avventura.

Il suo saluto di commiato: «Allegri? Con lui ho avuto un rapporto alla luce del sole, ho giocato tanto e se è successo è perché sono stato considerato importante. Avere discussioni durante gli anni è normale: sono uno diretto che dice sempre la verità. Ma con lui non ho avuto alcun tipo di problema. Poi, è ovvio che alcune situazioni portano delle conseguenze e ognuno si prende le proprie responsabilità. Sgabello di Porto? Pare che sia stata la cosa più eclatante, ma in realtà è solo la goccia finale. Già prima c’erano state altre situazioni. Poi, comunque, la cosa si era ricomposta. Accoglienza dei tifosi bianconeri? Per quello che ho dato alla Juve, non mi sento né un traditore né un mercenario. Se dovessero fischiarmi devono sapere che, così come gli insulti che ricevevo in bianconero mi caricavano, sarà così anche nel caso mi fischiassero allo Stadium. La vita è fatta di cicli che si aprono e chiudono, e quando fai parte di un gruppo per sette anni speri di lasciare qualcosa di bello. Diciamo che nell’ultima parte della stagione il legame si è affievolito da entrambe le sponde e abbiamo deciso in accordo di allontanarci. Negli ultimi mesi si è sgretolato qualcosa. E cambiare è stata la conseguenza. Per dare il 100% io devo sentirmi importante, cosa che oramai succedeva a fasi alterne. E questo non mi andava. Anche i matrimoni più belli a volte finiscono. Ricucire? La premessa è che alla Juve ho dato tanto e dalla Juve ho ricevuto tanto. Per me non è stata una scelta facile perché sette anni sono difficili da chiudere e da dimenticare. Ma il rapporto era arrivato alla conclusione, da parte di entrambi non c’era più voglia di continuare insieme. Però devo dire che per come è finita, ne siamo usciti tutti bene: io, la Juve e il Milan».

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